Day #1 – il viaggio della speranza

Sveglia alle 4, non ricordavo mancasse il gas in casa, niente caffè. Sulla Genova – Gravellona non si vede anima viva, ancora meno del solito. Il caffè dell’autogrill di Vercity sa di humus. Piove sulla A4 in direzione Linate. Al check-in la solita fortuna: “Signorina, il peso della sua valigia è illegale”. Mi si stringe il cuore, ma devo rinunciare a 3 bottiglie di ottimo barricato. Poi guardo la fila accanto alla mia: una coppia sta imbarcando un bovaro bernese. Il barbera almeno non abbaia, checcacchio! L’Esta è stata registrata erroneamente, rifare. Sono tra gli ultimi a salire sul volo per Madrid. Sì fatica a riposare, il brasiliano nel sedile accanto russa più di mio padre dopo cene a base di bagna cauda. Si atterra in ritardo: mai corso così tanto per raggiungere il gate U72 direzione Miami. Mi fermo solo un attimo per notare le colonne portanti dell’aeroporto che sfumano dal verde al blu scuro (ne parlavamo giusto domenica a pranzo). Scambio il mio posto con un signore sudamericano che vorrebbe viaggiare accanto alla moglie e io guadagno il suo posto, più quello accanto, libero (sèèèèèèè!!!).
E così mi improvviso blogger, ovvero verbalizzo sproloqui per fare passare il tempo durante un volo (apparentemente) interminabile.
Ho scoperto che le Albóndigas sono polpette (dicono) di carne, meno digeribili di una peperonata. Ho visto pucciare il pane nel caffè americano: mi sento già lontanissima da casa. Recupero subito con una Dolce Vita ghiacciata: welcome to Miami International Airport.
Riesco a dormire per un’ora scarsa sul volo (l’ultimo) per St. Martin e mi sveglio di soprassalto: per il rumore dell’aereo stavo sognando di essere in metropolitana a Milano, direzione ufficio e di essermi addormentata saltando la mia fermata. Ma per fortuna quello è un incubo finito.

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Aeroporto di Madrid