Week #26 – a volte ritorno

E’ il titolo del libro che ho appena finito di leggere. Edito da Einaudi, scritto da John Niven giornalista e scrittore scozzese, che non conoscevo. Consigliato da un amico parecchio tempo fa, è rimasto nella mia wishlist di Amazon per mesi, in attesa che si concludesse una sorta di personalissimo “periodo blu” all’insegna dei classici russi (bello, ma ho bisogno di respirare una boccata di scrittura più scorrevole adesso).

Il breve romanzo narra della storia di Gesù Cristo che viene rimandato sulla terra da suo padre (Dio) con il medesimo scopo per il quale era già stato inviato tra gli uomini la prima volta, ovvero diffondere l’unico vero comandamento, o meglio una raccomandazione “Fate i bravi” e a cercare di stemperare una sorta di fanatismo religioso nato da una malsana interpretazione delle sacre scritture e, degenerato proprio nel periodo in cui Dio si stava godendo una meritata vacanza.

Esilarante, coinvolgente, intelligente, critico, “dissacrante e provocatorio” (viene definito da una critica pescata in internet), dal registro “scurrile e con qualche cazzo di troppo” direbbe mia madre affezionatissima al suo “Il Gattopardo”, anche se confesso di aver accusato un po’ di fastidio in questo senso. Ok all’utilizzo delle parolacce in scrittura, talvolta non se ne può fare a meno, ma non quando queste impediscono al lettore di godersi a pieno determinati passaggi, più o meno fondamentali che siano, senza conferirgli alcun valore aggiunto. Dialoghi ben studiati tra i personaggi, impagabile l’ironia che veste quasi ogni situazione, apprezzabile la scorrevolezza del racconto (nonostante la sensazione di aver incontrato qualche “punto morto” tra una scena e l’altra), un po’ sacrificata la descrizione dei personaggi, ma forse per lasciare sfogo all’immaginazione del lettore.

Riporto sotto qualche passaggio più o meno “serio” che ha colpito/divertito non solo me, ma anche altri lettori tanto da evidenziarne e condividerne virtualmente i contenuti. Nota: sia l’autore a livello di stesura del testo, sia Dio in quanto personaggio chiave del romanzo propongono il senso dell’umorismo come “cura” contro il fanatismo cristiano attecchito sulla terra durante il periodo di assenza del Creatore, ma non solo.

“Ecco perché qui sulla terra è andato tutto a puttane. S’era perso il senso della comunità.”

“Mi dia retta, – continua la donna indignata. Di solito “mi dia retta” è un segnale infallibile: stai per ascoltare una marea di cazzate.”

“…se non potevi arrivare al mondo per cambiarlo, allora potevi provare il mondo a cui arrivavi.”

“Dio non disdegna uno spinello di prima mattina, ma a volte si pente del risultato. Gli squali martello? L’ornitorinco? Il culo dei babbuini? Eddài.”

Che ci si trovi sulla sdraio in spiaggia o sotto il piumone in vena di qualche risata (e perché no, anche qualche riflessione), ne consiglio la lettura.

Invito anche – chi ama particolarmente il rock, ma anche chi è “lento” per dirla alla Celentano – ad ascoltare la playlist di Gesù Cristo proposta dall’editore (i pezzi sono effettivamente citati nel romanzo), not bad.

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Week #25 – grane

Rammento la coda di immigrati in fila di fronte al portone del commissariato di Corso Monforte a Milano. Mi ci imbattevo ogni volta tra quelle rare mattine in cui riuscivo ad alzarmi a un’ora tale per permettermi di andare in ufficio a piedi e ora quell’immagine la ricordo in maniera differente.

Ho iniziato a darmi da fare per ottenere i vari permessi necessari a risiedere e lavorare regolarmente sull’isola, parte olandese. Una padellata in faccia sarebbe stata più piacevole. Tempi burocratici biblici e millemila scartoffie e procedure in ballo: finchè non richiedi un documento non puoi presentare domanda per ottenerne un altro e così via, per tutto, oltre alle negative implicazioni dovute ai tempi burocratici.

Quando il paradiso si trasforma in un inferno con la sabbia che luccica. Mi vengono in mente per forza di cose i primi frame che introducono la storia in Paradiso Amaro, la voce del doppiatore di George Clooney che recita “I miei amici sul continente credono che solo perché abito alle Hawaii io viva in paradiso. Come fossi in una vacanza permanente. Pensano che qui passiamo il tempo a bere Mai Tai, a ballare l’Hula-Hula e a fare surf. Ma sono pazzi…” e conclude con “…il paradiso può andare a farsi fottere”.

Ecco, se m’immaginate abbronzatissima, in forma strepitosa, a gironzolare per spiagge tutto il giorno, forse ho ecceduto di romanza e di entusiasmo nei precedenti post…

La mia mattinata – dopo aver trascorso una nottata orribile per l’allarme antifurto di un’auto che ha urlato senza sosta e senza che il sordo proprietario della vettura si proccupasse di disattivarlo – è cominciata con la telefonata di un avvocato a cui ho richiesto appuntamento per una consulenza e a distanza di giorni si è finalmente deciso a concedermi mezz’ora del suo tempo (ci ho messo di più a trovare parcheggio a Philipsburg), spillandomi 50 dollari.

Quasi un’ora e mezza per tornare a casa da Simpson Bay dopo essere passata dall’ufficio, tra il traffico abituale e quello creato dai lavori in corso per la manutenzione delle strade (in vista dell’alta stagione ci sono cantieri ovunque!). In un’ora e mezza avrei fatto da Casale a Milano andata e ritorno, da casello a casello. Se non fosse per il panorama di cui ho potuto godere di tanto in tanto avrei tirato giù dalle loro nuvolette cristi e madonne.

Ah, tra l’altro, mentre ero dall’avvocato in sala d’attesa sono stata avvicinata da un omone nero e sorridente con un’espressione del volto buona, ma scaltra se non addirittura subdola allo stesso tempo. Era un predicatore e facendomi l’occhiolino mi ha mollato in mano un suo biglietto da visita su cui – a introdurre le informazioni di contatto – risalta la scritta gialla a caratteri cubitali “Key to Freedom”. E non ero neppure su Candid Camera.

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Sulla strada verso Grand-Case e verso casa.

Week #24 – advertiamoci!

Giorno di colloquio, sono le 10,27. Alzo gli occhi dal computer seduta al mio tavolino della Taste Factory, caffetteria (super) di Simpson Bay (hanno l’Illy, ho detto tutto!). Posto delizioso, pulito e curato, ottima pasticceria, peccato che per un espresso tu debba aspettare in media una mezz’ora. La lentezza dei baristi è inesplicabile, ma per un caffè decente questo e altro. Si potrebbe girare un documentario sui turisti americani e canadesi in coda alla cassa, poi se come sottofondo musicale c’è Bocelli che canta “venite adoremo” il put pourri si fa ancora più fragoroso.

Ah, il mio colloquio è con tale Samantha, proprietaria di un’agenzia di comunicazione ed eventi qui a St. Maarten, alle 11,00. La pubblicità mi ha attirata e accalappiata ancora una volta, temo sia un’idissolubile sposalizio, anzi no, un pacs.

Presa, ho iniziato ieri.

Dopo aver passato il week end febbricitante (un po’ perché avevo davvero la febbre che spero non ricompaia, un po’ a causa del mio stato di esaltazione per l’arrivo di Ro a St. Martin), facendo babysitting al figlio del diavolo per un numero di ore che mi sono sembrate infinite, il lunedì mattina la sveglia suona alle 7. Sono stanca, ma tutto sommato rilassata. Salto in macchina (come sempre in ritardo rispetto alla tabella di marcia che avevo premeditato) e ovviamente, arrivata a Marigot, resto bloccata nel traffico. Non sono una cattolica praticante, ma dopo dieci minuti in coda ho pregato.

Riesco ad arrivare in ufficio, al Puerta del Sol Plaza (che è un normalissimo palazzo moderno nonostante l’appellativo overpromise), spaccando il minuto.

Alle 12,30 la mia testa è già congestionata d’informazioni, il mio Mac non ha quasi più batteria carica nonostante stamattina fosse al 100% e il Burger King di fronte all’ufficio mi sta invitando a scofanarmi panino e patatite.

Resoconto del primo giorno: ho lavoro a sufficienza per passare la serata rispolverando brief, progress e query da proporre ai clienti che possono sempre tornare utili, una deadline parecchio vicina rispetto agli obiettivi da raggiungere (anche qui tutto è da realizzare entro ieri ma senza impanicarsi, belli sereni), mille connesse situazioni burocratiche da sbrigare e il panino del BK (come quello del McDonald’s di Corso XXII Marzo) lo digerirò tra un paio di giorni.

A cena mi sono cucinata una frittatina con i porri, così il mio colesterolo può tenere compagnia al mio ego “alle stelle”. Alè.

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Week #23 – torno a casa dal lavoro e trovo

questo scritto in allegato di posta su Facebook. Avevo chiesto a mia sorella di scrivermi un pezzo per il blog che raccontasse della sua recente vacanza a St. Martin. Mi piace l’idea di riportare testimonianze di terze persone che approdano sull’isola a “causa” mia (Ro preparati). Forse un po’ di parte per amore, parentela… ma ecco il primo “turist post”:

St Maarten, aereoporto Princess Juliana,  ora locale 8.10AM. 

Volo 1369 to Miami. 

Seduta al 24B, abbronzatura rossiccia e obbligatorio  bracciale souvenir del posto, una ragazza è appena stata violentemente cazziata dal passeggero vicino per aver usato il cellulare al momento del decollo. Non emette suoni, ma un fiume di lacrime continua a rigarle il viso; stringere in mano la sua borsa come un bimbo fa con il suo orso di peluche: palese crisi da rientro. Non si sa mai cosa aspettarsi prima di affrontare un viaggio, ma se al ritorno scende qualche goccia di pianto è segno che il soggiorno ha superato ogni aspettativa. Ah, il passeggero seduto al 24B sono io. 

16 ottobre 2013, 21 anni appena compiuti, 3 aerei da prendere, 7200 km e 18 ore di viaggio davanti. Alcune volte i numeri spaventano, ma sono solo un misero dettaglio per raggiungere l’obiettivo finale. Il mio obiettivo? Ricevere un abbraccio da un’abbronzata fanciulla di 1 metro e 80, divenuta ormai una “local” a tutti gli effetti in quel di St Marteen.

Sono tornata da una settimana e mi ostino a non abituarmi alla nebbia monferrina e alla routine torinese: continuo a vivere “sei ore indietro” scambiando il giorno per la notte. Mi manca il profumo di mare, la sabbia calda sotto i piedi, l’acqua limpidissima, mi manca stupirmi guardando pesci che mi nuotano in torno alle gambe, mi manca il moijto frozen di Pinel, il nostro tavolino sul balcone imbandito a colazione, con tanto di conchiglia gigante come centro tavola; mi manca la (ormai mia) poltroncina di vimini rosa, il rimanere stupita e senza parole davanti ad ogni cosa, cenare al Calmos Cafè con la spiaggia illuminata solo da lanterne, Palm Beach e Pina Colada a metà mattina, guardare gli aerei che decollano al Sunset, i tetti coloratissimi e le staccionate dalle sfumature più improbabili, mi manca Radio Transat e la mia fortuna nel beccare sempre la canzone giusta, passare il tempo al casinò quando fuori diluvia, il venticello dello Sky bar, le mille risate e la compagnia sempre eccellente!! Mi mancano addirittura i salti in macchina causati dalle mille fosse della strada, le banane “selvagge” e urlare schifata quando le iguana mi tagliano la strada (detto questo, detto tutto)!!

Chiudo gli occhi e…rieccomi lì…

Sorseggio l’ennesimo drink di “bienvenue”,sono seduta ad Orient bay, la spiaggia (che preferisco chiamare “paradiso” per render meglio l’idea) ad un passo da casa. Nonostante le cuffie nelle orecchie e la musica a palla sono il vento e le onde che si increspano a creare il sottofondo musicale; sono immersa nella pace più assoluta. La spiaggia prosegue accanto a me a perdita d’occhio, il vento muove le palme e spinge lontano le nuvole che in questo momento stanno coprendo il sole; ha spinto in mare gli appassionati di kite surf e vela, uno spettacolo da seguire con lo sguardo mentre spariscono tra un onda e l’altra. Ciò che provo è la più assoluta, genuina e serena pace interiore.

Prima di partire confesso al mio migliore amico il timore di non sapere cos’aspettarmi da questa vacanza; io e Fede non abbiamo mai trascorso una vacanza da sole, un po’ perché non ne abbiamo mai avuto l’occasione, un po’ perché la differenza di età e di carattere per molto tempo si sono fatti sentire. “Vedila così: è la vostra occasione per conoscervi meglio”, e con il sorriso sulle labbra devo ammettere che Gian ha avuto proprio ragione. In fin dei conti queste due Ravizza non sono così diverse… Amiamo la compagnia, ma abbiamo bisogno dei nostri spazi e dei nostri momenti di solitudine. Siamo folli, ma solo chi ci conosce bene lo sa. Non ci fermiamo davanti agli ostacoli e ogni novità è per noi uno stimolo e fonte di curiosità. Talvolta, stupendo anche noi stesse, siamo estremamente sentimentali. Da buona mamma premurosa Fede mi ricorda di mettere la crema, mi fa prendere le vitamine al mattino, si preoccupa che non mi annoi o che sparisca, si diletta in cucina, mi porta nelle spiagge migliori, mi fa provare i cibi più squisiti e le bevande imperdibili (grande Planton, o come si chiama). Da splendida sorella fa sì che i miei giorni a St Martin si tramutino nella vacanza più bella ch’io abbia mai fatto. Divertimento, relax, riflessione…non mi è mancato nulla, e la sua vicinanza ed il suo affetto hanno reso tutto semplicemente perfetto.

Ho scoperto solo il giorno prima di ripartire che St Maarten viene chiamata “the friendly island” (la scritta è addirittura riportata sulle targhe delle macchine locali!), e dopo soli 10 giorni posso confermare che non vi è nomignolo più azzeccato. 

Essere a st martin e sentirsi a casa. Sarà perché l’isola è piccola e la si scopre velocemente, sarà l’amichevole atteggiamento di chi conosci, che pare davvero felice che tu sia sulla sua isola e non aspetta altro che l’occasione di darti il suo benvenuto; sarà la sensazione di pace spensieratezza che si prova ammirando il mare verso l’orizzonte, il sole che regala uno spettacolo di colori illuminando l’acqua cristallina ed il verde intorno. Non avevo ancora messo piede sull’aereo e già fantasticavo sul quando avrei potuto tornare in questo scoglio in mezzo al mare, dove non vi è troppa differenza tra sogno e realtà.

Hai sorpreso tutti con la tua folle ed improvvisa partenza, ma soprattutto hai dimostrato per l’ennesima volta la tua grinta e determinazione. Ti sei lanciata a capofitto in un gioco senza troppe regole, tu, così equilibrata e rigorosa. Com’è giusto che sia, l’isola ti ha cambiata, ed indubbiamente in positivo: hai un nuovo sorriso che non può che allievare la malinconia che proviamo a causa della distanza che vi è fra noi. Sei sempre stata per me un punto di riferimento, l’esempio da seguire, ora sei stata promossa a mio nuovo idolo! Osservare la tua nuova vita sull’isola mi ha fatto riflettere molto sul mio futuro, mi dai il coraggio di azzardare e di seguire i miei sogni non cercando di percorrere la strada sicura e senza difficoltà, ma rincorrendo i propri desideri anche a costo di far salti mortali per raggiungerli. Sono, anzi, siamo sempre più fieri di te; hai iniziato a mostrare la tua creatività e originalità dipingendo girasoli in corridoio, continui a farlo arricchendo te stessa attraverso le nuove avventure che stai vivendo. Non mollare mai, fiera e orgogliosa…

Ti voglio bene.