Day #16 – el rayo de la muerte

Ieri pomeriggio ho ricevuto la mia seconda proposta di matrimonio da Dread’I un “artista” (si definisce) del reggae che transitava per la spiaggia cercando di vendere il proprio cd di successi (sostiene). Lo stereotipo del jamaicano con tanto di tradizionale cappello all’uncinetto, ovviamente rasta, mi arrivava più o meno all’ombelico. Insomma, faccio superconquiste. Prima di partire mi è stato detto “stai attenta, sei a rischio turismo sessuale”, ma a questo punto, visti gli elementi “rischiosi” credo di potermela cavare.

La prima proposta, per chi se lo stia domandando, è stata anni fa mentre ero in vacanza a Djerba: a mia madre avevano offerto dei cammelli, anche parecchi. Che fortunella.

Ieri sera ho visto “Fa la cosa sbagliata”. Oggi continuo a dire e scrivere “yo” come un’adolescente disadattata. Mi do quasi fastidio.

Mai quanto Jules quando parte con i sui discorsi infiniti, tipo “Une fois, quand j’etais petit…” (una volta, quando ero piccolo – perché adesso è grande…) e va avanti per mezz’ora a raccontare aneddoti pallosissimi. Ogni tanto faccio finta che parli da solo, senza ascoltarlo e al mio “pardon, parles tu avec moi?” (parli con me?), non osa ripetere. Scampata la filippica.

La mattinata parte con una piacevolissima “conference call” con i vecchi colleghi dell’agenzia, i quali si assicurano che non abbia ancora fatto fuori il gatto e che sia effettivamente alle Antille. Testimoniano le palme fuori dalla finestra della mia stanza.

A pranzo messicano: dal “Rancho del sol” in cima alla collina c’è una vista pazzesca del villaggio di Orient Bay fino al mare.

Oggi pomeriggio niente basket, inizia a piovere appena arrivati al campo, così ci si dirige direttamente al Calmos Café (che ogni volta mi fa ricordare “Caos calmo”, ora ditemi cosa ci azzecca Moretti con un bar sulla spiaggia). Jules e il suo amico in un attimo corrono verso il bagnasciuga e iniziano a giocare con la sabbia fino ad avere la brillante idea di iniziare a scavare un tunnel e impanarsi gli abiti da basket di sabbia come delle cotolette. All’ennesimo richiamo scatta l’urlo accompagnato da uno sguardo fulmineo, battezzato in precedenza “el rayo de la muerte”. Jules resta pietrificato e abbassa gli occhi, mentre il suo tenace amichetto è stato inevitabilmente trascinato per un braccio per mezza spiaggia. Ci so troppo fare con i bambini.

Day #3 – oggi faccio vacanza

Ormai anche Spotify mi parla in francese.

Nonostante i nuvoloni che non promettono nulla di buono, butto in borsa il Kindle e mi dirigo in spiaggia, oggi decisamente più affollata. Rifugiata sotto l’ombrellone inizio a leggere un paio di righe dei fratelli Karamazov (sì, devo ancora finirlo, da mesi). Le mie attività cognitive di base vengono risucchiate dalla risacca, incessante. Non riesco a non fissare il mare. Forse una particolare forma di autismo, forse d’ipnosi. Non sì può non notare che tutto qui ha i colori dei pastelli che usavamo da bambini, quelli della Giotto. Il mare è davvero verde acqua e la sabbia è davvero color sabbia.

Un brontolio allo stomaco mi risveglia dallo stato catatonico. Ordino Acran creoli a un baracchino gestito da Haitiani. Sono polpettine di pesce e verdure, piccanti, ovviamente fritte. (Mi manchi nonna! Pensami quando fai la salvia in pastella!)

Non poteva mancare il digestivo: shottini di daiquiri ai frutti tropicali e rum bianco gentilmente offerti dalla casa (ogni ora!).

Tutti i miei buoni propositi di assumere un regime alimentare decente stanno svanendo. Non potevo non capitare nella capitale gastronomica dei caraibi. Marci, hai ragione: il buon cibo è la nostra condanna!

Qui mi chiamano “Ciaobella”, anche il Jamaicano che mi ferma – mentre rientro dalla spiaggia – per vendermi del fumo: “parce que par votre sourire je vois que votre cœur est pur» (mi sembra un ottima motivazione commerciale). Che posto, assurdo.

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Spiaggia di Baie Rouge