Day #29 – luoghi comuni

È come se avvertissi il cattivo tempo, fatico ad alzarmi dal letto. Apro le…definiamole “tapparelle a prova di uragano” (un sistema di protezione degli infissi in metallo che non avevo mai visto prima e che qui è molto comune) e vengono confermati i miei presentimenti: giornata grigia e piovosa.

Come impegnare meglio il tempo se non guardando un film dopo l’altro? Se avessi addosso una copertina, invece dell’aria condizionata accesa, sembrerebbe di stare a Masone. Perché a Masone piove sempre, o almeno così si dice. Luoghi comuni, come quello sull’utilizzo del clacson: lo detesto, mi disturba. Non lo uso mai, piuttosto impreco come un camionista. Potrebbe trattarsi tranquillamente di un optional che non sceglierei se dovessi acquistare un’auto e ovviamente se si trattasse di un optional.

Quando sono salita a Pic Paradis qualche tempo fa mi sono addirittura lamentata del fatto che l’auto dietro la mia clacsonasse di continuo. All’arrivo in cima alla collina, dopo aver spiegato questa mia avversione per il cacofonico autoaccessorio mi è stato detto: “Non esiste un italiano che non usi il clacson. Confessa, da dove vieni?”. La mia risatina di risposta celava un bonario “fottiti”. Temo di aver anche assunto la stessa espressione scocciata che hanno Tempo e Calypso quando capiscono che sto per accendere l’aspirapolvere, qualcosa che potrebbe esser tradotto in: “non bastava quella musica del cavolo che ci fa sentire a tutto volume dal mattino alla sera, pure l’aspirapolvere adesso!”.

Sempre in tema di luoghi comuni (mea culpa in questo caso), ogni volta che attraverso il Quartier d’Orleans – che si trova tra Orient Bay e il Dutch Quarter, appena prima del confine con la parte olandese – penso “sembra di essere a Napoli”, mentre osservo i ragazzini in motorino in due o tre rigorosamente senza casco che si divertono a fare le impennate in mezzo alla strada rallentando il traffico.

Ormai 10 anni fa, durante una vacanza-studio in Michigan, quando dichiaravo “sono italiana” la reazione era “ah! Italia: Pizza, Pavarotti, Fiat” (Fiat solo perché mi trovavo vicino a Detroit, altrimenti l’ultima parola sarebbe stata “Mafia” credo). Invece qui, quando dico che sono italiana, la reazione è: “ah, Italia: Materazzi!”. Porco giudello (come direbbe il mio amico Martin) sono passati sette anni (tra l’altro all’epoca stavo lavorando in un villaggio vacanze in Sicilia e dormivo sugli spalti dell’arena durante la partita – ero stanca e il calcio ha effetto soporifero su di me – così mi sono persa la scena), ma è possibile che i francesi ce l’abbiano ancora con Materazzi per l’espulsione di Zidane??!! Stanno messi male…

Sembra che nessuno possa fare a meno di tutta questa serie di pensieri e opinioni, condivisi e diffusi: “Piemontese, falso e cortese”, “Il nero sfina”, “A Latina sono tutti burini“, “L’assassino torna sempre sul luogo del delitto”, “Mollo tutto e scappo ai Caraibi”… Assiomi in cerca di conferme, che ci danno – in qualche modo – sicurezza o speranza: continuerò a vestirmi di nero.

Day #23 – (bad) surprise

Mi sveglio, apro il cassetto della biancheria e non escono insetti, o almeno non ci faccio caso perché mi cade sfortunatamente l’occhio sul letto. Calypso, oltre ad aver fatto i bisogni sul copriletto, ha organizzato un gioco per rendere più frizzante il mio lento risveglio mattutino, si chiama “Trova tutti i pezzi della lucertola che ho catturato e sventrato ieri notte e ricomponila”.

Per far calare i bollori da collera vado a lavarmi il viso: ma manca ancora l’acqua!

Qui c’è qualcosa che non va…cerco di capire cosa succede consultando i vicini: lavori in corso mi dicono (peccato che fossero previsti per la sola giornata di ieri). Non restavo senz’acqua per così tanto tempo dall’alluvione del 2000, tragici ricordi.

Indosso il costume e vado in spiaggia, non posso fare altro.

Dimenticavo fosse giovedì, il giorno in cui a La Playa fanno animazione per i turisti americani (dal mattino alla sera!). Sono da vedere durante i balli di gruppo, davvero. C’è un signore sulla sessantina con un parrucchino (più che un parrucchino sembra una matassa di capelli, come quelle che restano impigliate nello scarico della doccia) che balla forsennatamente Gangnam Style. Non so perché associo l’inquietudine di quello spettacolo al pagliaccio It, che da bambina mi terrorizzava. Jear  – al bar – mi guarda, scuote la testa e sbuffa. Credo abbia ripetuto gli stessi gesti per tutto il giorno.

Con le cuffie e il volume dell’iPhone al massimo si riesce a isolarsi dignitosamente. Mi godo lo stato vegetativo guardando le acrobazie dei kitesurfer e il via vai di persone che passeggiano sul bagnasciuga. Dopo un paio d’ore sono in grado di stilare la classifica delle tette peggio rifatte della baia.

Faccio due passi lungo la spiaggia e torno a casa. Dal rubinetto ancora nulla, credo mi laverò in piscina stasera.

Alle 19 scatta l’appuntamento tv con la serie La Tata, che qui si chiama “Une Nounou d’enfer”. La guardavo da bambina, non mi sono persa una replica e mi fa ancora star male dal ridere, anche in francese. L’unica cosa che non capisco è perché Zia Assunta qui faccia la parte della mamma di Miss Fine (tata Francesca).

Poi di colpo il buio totale: è andata via pure l’elettricità!! Cosa diamine sta succedendo su quest’isola? Saranno atterrati gli alieni? Nel caso, speriamo almeno ce ne sia qualcuno figo.

 

Day #14 – déjà?

Sono ormai a Sxm (sigla che definisce St. Martin) da due settimane, banalmente dirò che mi sembra di essere arrivata ieri.

Faccio un piccolo bilancio: il mio francese va migliorando (anche abbastanza velocemente).

Mi sono truccata per la prima volta due sere fa, dopo 15 giorni “acqua e sapone”: record assoluto.

Anche le zanzare di qui hanno capito che ho il sangue cattivo e stanno iniziando a lasciarmi in pace. Contribuisce all’armistizio l’aver finalmente inteso che il classico Autan Family non funziona con le zanzare tropicali.

Sono riuscita a non perdermi a Marigot l’altra sera, ma continuerò imperterrita a perdermi ad Alessandria: un sei scarso al senso dell’orientamento.

Io e Calypso (che ho smesso di chiamare erroneamente Cyclope) continuiamo a non andare particolarmente d’accordo: se non la smette si salire sul mio letto e spargere peli tra le lenzuola non vedo come possa migliorare il rapporto.

Sono riuscita a svegliarmi alle 6,20, l’obiettivo di domani saranno le 6,10 (anche se ho forti dubbi di riuscirci).

L’abbronzatura non è definibile come tale, piove quasi tutti i giorni (in realtà pur essendo castana ho la pelle di una svedese, no way anche quando c’è il sole).

Credo di non aver perso un etto e da Milano mi bacchettano perché segua un regime detox (lo farò).

Non ho ancora visto ragni formato tarantola, che si siano estinti come nei miei sogni?

Con i problemi di matematica di Jules va meglio: siamo passati dal latte di capra al gusto ribes a calcolare quantità di bicchieri di (cristiano) succo di frutta.

Ho preso confidenza con il vecchio, enorme fuoristrada verde che mi è stato dato in dotazione (vai di pozzanghere come se non ci fosse un domani).

Da alcuni aspetti tipicamente francesi non si scampa: il burro sempre, ovunque, comunque; le parole tradotte in lingua anche se non è necessaria traduzione (non sia mai che nel dizionario La Rousse compaia una parola straniera); i baci, due. I francesi ti baciano sempre, non gli interessa come ti chiami, loro ti baciano prima. Il risultato è la totale impossibilità di memorizzare un nome. Finirò per chiamare tutti “Hey” (come faccio anche in Italia d’altronde) e loro mi chiameranno Françoise (perché in Italia – per un motivo che non mi so spiegare – vengo chiamata sovente Francesca, una volta anche Antonia, ma questa è un’altra storia…).

Una cosa ho notato: le persone non mi guardano più i piedi (o forse non me ne accorgo). Ricordo che salendo sul treno, in metropolitana a Milano, i passeggeri avessero la tendenza a guardarmi i piedi per controllare se avessi i tacchi. Lanciare uno sguardo “no idiota, sono proprio alta così” un po’ mi manca.