Day #25 – e acqua fu!

Non pensavo che tirare lo sciacquone un giorno mi avrebbe resa così felice. L’acqua è tornata e non vedo l’ora sia sera per potermi fare una lunghiiiisssima doccia post mare. Odoravo di cloro e liquido antialghe nei giorni scorsi, lavarsi in piscina non è il massimo della vita.

Niente gita alla scoperta di nuove spiagge oggi, devo pensare alla “sopravvivenza”, ovvero svuotare il lavello pieno di piatti e bicchieri sporchi, lavare una ventina di paia di mutande e altrettante t-shirt, non avendo più quasi nulla di pulito da indossare.

Vado a La Playa nel pomeriggio a leggere un po’, sono arrivata al punto cruciale di un romanzo e me lo mangerei. Potrei andare avanti a leggerlo tutta la giornata, senza fermarmi, senza mangiare, senza fumare, mi bastano una bottiglia d’acqua e la protezione 30 (ho ridotto lo schermo, l’abbronzatura è quasi degna di essere definita tale).

Ne approfitto per indagare, tramite Jear e il suo capo, se in qualche altra spiaggia sono alla ricerca di personale in questi giorni, sia per arrotondare, sia perché – prendetemi per pazza – non ce la faccio proprio a non lavorare! Mi faranno sapere (per esperienza questa frase non mi suona bene).

Oggi e domani a Grand-Case c’è la festa degli sport nautici, faccio un giro in serata per l’aperitivo. La baia ospita numerose imbarcazioni – più del solito – e qua e là c’è ancora qualche surfer che non si decide a mollare, nonostante il sole stia calando.

Una cosa non avevo notato prima: qui i gabbiani sono neri o grigi o, neri e grigi. Strano. Vicino al molo c’è un intero stormo: qualche turista si sta divertendo a dargli da mangiare, come gli orientali con i piccioni in Piazza San Marco. Turisti…

Sono seduta al Calmos Cafe, mi piace troppo questo posto (credo che lo staff interamente maschile contribuisca a farmelo apprezzare). Una signora americana palesemente ubriaca mi fa i complimenti per il mio rossetto. Non so se lo userò ancora…

Scrivo una parola e guardo le onde, scrivo un’altra parola e guardo il tramonto, continuo a scrivere e mi chiama mia sorella su Skype (questo articolo non lo finirò mai, penso). Quando finisco la skypata è buio e si vedono benissimo le luci dell’isola di Anguilla.

Non riesco a proseguire. Ho la mia Presidente (birra della Repubblica Dominicana senza troppe pretese, non di certo equiparabile a una doppio malto belga – la mia preferita – ma piacevole) in mano ed è un momento di pace assoluta, me lo devo godere. (Giuro che ne ho bevute solo due, di birre).

Day #23 – (bad) surprise

Mi sveglio, apro il cassetto della biancheria e non escono insetti, o almeno non ci faccio caso perché mi cade sfortunatamente l’occhio sul letto. Calypso, oltre ad aver fatto i bisogni sul copriletto, ha organizzato un gioco per rendere più frizzante il mio lento risveglio mattutino, si chiama “Trova tutti i pezzi della lucertola che ho catturato e sventrato ieri notte e ricomponila”.

Per far calare i bollori da collera vado a lavarmi il viso: ma manca ancora l’acqua!

Qui c’è qualcosa che non va…cerco di capire cosa succede consultando i vicini: lavori in corso mi dicono (peccato che fossero previsti per la sola giornata di ieri). Non restavo senz’acqua per così tanto tempo dall’alluvione del 2000, tragici ricordi.

Indosso il costume e vado in spiaggia, non posso fare altro.

Dimenticavo fosse giovedì, il giorno in cui a La Playa fanno animazione per i turisti americani (dal mattino alla sera!). Sono da vedere durante i balli di gruppo, davvero. C’è un signore sulla sessantina con un parrucchino (più che un parrucchino sembra una matassa di capelli, come quelle che restano impigliate nello scarico della doccia) che balla forsennatamente Gangnam Style. Non so perché associo l’inquietudine di quello spettacolo al pagliaccio It, che da bambina mi terrorizzava. Jear  – al bar – mi guarda, scuote la testa e sbuffa. Credo abbia ripetuto gli stessi gesti per tutto il giorno.

Con le cuffie e il volume dell’iPhone al massimo si riesce a isolarsi dignitosamente. Mi godo lo stato vegetativo guardando le acrobazie dei kitesurfer e il via vai di persone che passeggiano sul bagnasciuga. Dopo un paio d’ore sono in grado di stilare la classifica delle tette peggio rifatte della baia.

Faccio due passi lungo la spiaggia e torno a casa. Dal rubinetto ancora nulla, credo mi laverò in piscina stasera.

Alle 19 scatta l’appuntamento tv con la serie La Tata, che qui si chiama “Une Nounou d’enfer”. La guardavo da bambina, non mi sono persa una replica e mi fa ancora star male dal ridere, anche in francese. L’unica cosa che non capisco è perché Zia Assunta qui faccia la parte della mamma di Miss Fine (tata Francesca).

Poi di colpo il buio totale: è andata via pure l’elettricità!! Cosa diamine sta succedendo su quest’isola? Saranno atterrati gli alieni? Nel caso, speriamo almeno ce ne sia qualcuno figo.

 

Day #22 – shopping

Anche oggi non è giornata da spiaggia, né da bucato.

Salto sul fuoristrada e vado a fare un giro a Philipsbourg, così posso approfittarne per fare la spesa. Hanno tolto l’acqua corrente (credo per dei lavori alle tubature) e siccome non si può mai sapere quando tornerà meglio fare scorta di bottiglie.

Non amo molto i supermercati cerco di restarci sempre il tempo strettamente necessario per gli acquisti indispensabili. Li frequento per necessità, è un po’ come andare dal dentista per me.

Le Gran Marché però è un’altra cosa: c’è tutto, tutto quello che puoi desiderare. Soprattutto loro: gli Australian Gold. Uno scaffale intero di meravigliosi prodotti solari che in Italia sono difficilmente reperibili e ti fanno pagare a peso d’oro. M’illumino, devo comprare un flacone.

Il reparto pane e dolci non sto nemmeno a descriverlo. I francesi sono un passo e un panetto di burro avanti in quanto a prodotti da forno.

Finisco di perlustrare tutti i corridoi fino a quello dei vini, l’ultimo. C’è uno spazio dedicato ai vini Italiani e se non fossi nella mia “settimana detox” quel Gavi di Pio Cesare 2008 non l’avrei di certo lasciato lì.

Concludo in bellezza infilando nel carrello Vanity Fair: sono proprio alla svolta, non compravo una rivista femminile da mesi. Al massimo mi sono concessa il Corriere con l’inserto del sabato per fare trascorrere quel paio d’ore di viaggio in treno il sabato mattina, ritornando a casa da Milano.

La cosa meravigliosa di questo supermercato è che i fattorini, oltre a riempirti le borse alla cassa, caricano il carrello e lo conducono fino alla macchina, mettendo poi tutta la spesa nel bagagliaio. Mancia dovuta!

Riprendo il tour e dalla zona commerciale di Philipsbourg finisco (per sbaglio) nell’entroterra, a St. Peters. È un paesino grazioso, di fitte villette color pastello, una diversa dall’altra. Non è da immaginare come un classico villaggio americano degli anni ’50 (anche se qui tutto ha un’aria molto statunitense, soprattutto nella parte olandese dell’isola), curato e con i vasi fioriti sui davanzali delle finestre. Qui è tutto un po’…sciupato, imperfetto. Le abitazioni mostrano le cicatrici lasciate dal passaggio degli uragani. Un po’ per mancanza di denaro (non è da tutti potersi permettere di ricostruire o aggiustare la propria casa in media ogni 2-3 anni), un po’ per una carenza di attenzione all’architettura, le cittadine tendono ad essere nel complesso trasandate: sono come una bella donna vestita e acconciata di tutto punto, ma con il rossetto sui denti e le scarpe non lucidate.

Torno sulla strada verso casa, passando da Marigot. Dopo una coda di mezz’ora, giunta quasi alle porte della città, compare un grosso cartellone giallo che indica dei lavori in corso e un’unica via percorribile (ma non potevano segnalarlo prima!!). La mia pazienza ha un limite, anche ai Caraibi. Faccio inversione percorrendo mezza rotatoria al contrario (inizio anch’io a guidare come i peggiori cani stando qui) e torno indietro passando dall’aeroporto, anche se questo implica allungare il tragitto.

30 km, un’ora e una quarantina di dossi dopo arrivo finalmente a casa: manca ancora l’acqua, porc…