Week #38 – king and cross

In settimana mi è stato inviato il link al video di questa canzone.

 

Come spesso succede me ne innamoro, comincio ad ascoltarla in loop poi a interessarmi ad altri brani, magari dello stesso album. Se mi garbano scatto a scaricare l’edizione, ma talvolta mi scappa la mano e così ho iniziato a collezionare discografie.

Non è il caso di questo gruppo islandese, mi sono limitata all’ultimo album, “In the silence”. Davvero gradevole e “carezzevole” già dall’anteprima di iTunes. E così effettuo subito l’acquisto, senza pensarci, in un click e qualche euro in meno sulla carta  di credito, ma denaro ben speso, investito.

Mi sento meglio di quando spendo la stessa cifra in cioccolata o per acquistare il biglietto del ferry per Pinel. Mi sento ancor meglio ogni volta che ascolto e riascolto il mio acquisto. Trovo sia una forma di piacere che va ripagata.

Se lo meritano, i musicisti.  Le emozioni che le loro creazioni possono regalare o contribuire a vivere non sono quantificabili, non in 8,99€. a mio avviso. Che come genere di artisti possano piacere o meno… E sono contenta di aver ricompensato così l’ottimo lavoro di un po’ di persone.

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Week #21 – sorellame

Tre giorni fa mia sorella è atterrata a St. Maarten. L’ho attesa per più di un’ora, trepidante, agli arrivi. L’ho vista attraverso il vetro acidato che separa la zona di recupero dei bagagli dall’uscita camminare avanti e indietro ansiosamente. Ho capito subito che il suo bagaglio doveva aver preso un’altra destinazione. Al telefono mi da conferma e ben tre miei “porca troia” quasi consecutivi fanno eco scontrandosi con l’alto soffitto che sormonta la zona degli arrivi del Princess Juliana, urtando i timpani delle sole altre due persone presenti in quell’ala dell’aeroporto, a quell’ora: una tizia della security e quella del punto informazioni.

Saliamo in macchina con la contentezza per l’esserci rincontrate un po’ guastata dalla sparizione della valigia (con dentro buona parte del mio guardaroba estivo) e inizio a trasferire a Ceci le ultime novità o ad approfondire quelle vecchie, interrotte dalla voce della seconda me in versione “accompagnatore turistico”. Credo di non aver mai parlato tanto in vita mia, in una sola mezz’ora. Ed ero talmente emozionata quando le ho portato a tavola una fetta di torta al lampone e cioccolato bianco con guarnizione di macarons (una bomba!!) di Serafina’s, da non essere riuscita a far funzionare quella maledettissima candelina che intona il motivo di Happy Birthday (sì, ho anch’io un recondito lato trash). Troppo impaziente, le istruzioni sono riuscita a metabolizzarle solo dopo il primo boccone di torta.

L’ansia da prestazione mi distrugge: “dunque potremmo fare questo, poi quest’altro, domani invece questo… Ma le piacerà quest’isola?”. In veste di sorelle maggiori ci si sente sempre responsabili dei fratelli/sorelle minori, per natura credo. E molto spesso il più duro compito è cercare di renderli – se non felici – soddisfatti e riconoscenti.

Alla fine ho optato per una terapia di adattamento drastica, quella del “facciamola bere e questo posto diventerà subito il paradiso”. La giornata parte con una pinacolada a Palm Beach alle 11,30 dopo una passeggiata lungo tutta la Baia Orientale. La sera, essendo giovedì, non poteva non trascorrersi al Calmos Café: solita serata Salsa in compagnia di due amici parigini (la cui imitazione degli americani in spiaggia è esilarante), che si conclude alle 24,00 circa con il Planteur della staffa. Ciò che i nostri fegati hanno filtrato durante questo arco di tempo è un dettaglio non pubblicabile.

I nostri commensali, a cena, ci invitano a trascorrere la giornata successiva insieme a loro a Pinel e accettiamo volentieri. Ho la conferma che anche mia sorella può vantare di possedere più melanina di me: l’unica che riesce ad abbronzarsi, senza troppo arrossarsi al secondo giorno di Caraibi e senza una protezione – a mio avviso – abbastanza elevata. Fastidio…

La sera con Manuel (il nostro amichetto d’infanzia olandese arrivato la mattina), raggiungiamo Chris (lo skipper, rientrato qualche giorno fa da Cannes) allo Sky (terrazza con sabbia in cima a un palazzo nel cuore di Maho. Bel locale, non lo conoscevo. Ci penso ancora, mentre Cecilia è collassata nel letto da una mezz’ora dopo aver dichiarato “no, no, non dormo, controllo solo il cellulare”. La raggiungo, ma senza controllare il cellulare: crollo all’istante.

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Sky Lounge

Week #12 – we are youn

Aver danzato sui tacchi (che non porto MAI) per ore alla festa di Wikiki Beach ha avuto i suoi effetti. Aver lavorato al ristorante il giorno seguente ha peggiorato la situazione: doppia contrattura muscolare al polpaccio destro, mi prenderei a sberle da sola quando faccio queste cavolate. Ma la cosa più stupefacente è che qui le garze per le fasciature muscolari, seguono il ritmo dell’abbronzatura: sono “abbronzate”, quasi marroni. Geniale!

Si rimedia alla gita a Pinel martedì. La giornata non è troppo soleggiata, quindi bene. A Pinel non c’è vento, il sole “picchia” e conseguentemente si passa la giornata in acqua, arenati a riva. Ustione assicurata se non si è ben protetti.

Resto sulla sdraio come una lucertola tutta la giornata, in trance da Danger Mouse. Sulla sdraio accanto la mia c’è Michael Youn, un comico francese. Lo riconosco solo dopo essermi confrontata con Arnaud la sera, a casa, quindi dopo avergli detto chissà quali stronzate in spiaggia e averlo pure immortalato in un video sempre senza riconoscerlo. C’est la vie.

Festeggio anch’io – a modo mio – il Ferragosto: sono andata in aeroporto a disdire la prenotazione per il volo di rientro in Italia (previsto il 20 agosto). Data da destinarsi entro maggio dell’anno prossimo, not bad! Non posso nemmeno pensare di lasciare questo posto, non ora e poter fissare il rientro a mio piacimento mi fa sentire incredibilmente leggera (nonostante la bilancia dica il contrario, maledizione).

Per continuare questa validissima forma di psicoterapia, visto che siamo sulla strada del ritorno verso BO, io e Wendy facciamo tappa a Baie Rouge per una Carib. È il tramonto, in spiaggia poche persone sul loro asciugamano, niente sdraio, ombrelloni, casino. Ci dirigiamo verso un tavolino del bar sulla spiaggia e mi viene in contro un tizio, nero e indubbiamente abitué del posto vista la disinvoltura con cui si muove, parlandomi in italiano come se mi conoscesse. Ci invita a sederci con lui. Si chiama Sean (a St. Martin è conosciuto come Sean Storm, ma non ho voluto indagare oltre sull’origine di questo soprannome), è il nipote del proprietario dell’abusivissimo bar/ristorante sulla spiaggia di BR ed è qui in vacanza, perché si dà il caso che viva a Bologna dal ’95. Da non credere: io scappo dall’Italia senza remore, lui non resiste più di 15 giorni a St. Martin e non vede l’ora di tornare a bere vino dei Colli. Ci lascia presto per “sbrigare affari” (peccato, era simpatico) e finita la nostra birra riprendiamo la via di casa.

Prima di rientrare devo sbrigare ancora una commissione. I due fratelli Marocchini che gestiscono il Tap Five – il minimarket/pizzeria/kebab che si trova nella down town di Orient Bay – hanno in progetto l’apertura di una pizzeria/ristorante nella parte olandese dell’isola, a Maho se non ho capito male. Qualche giorno fa mi hanno mollato in mano una bozza di menù chiedendomi di controllare che tutti i nomi delle pizze in italiano fossero corretti e che gli ingredienti scelti corrispondessero a quelli delle ricette tradizionali della penisola. Percepisco la richiesta come una grossa responsabilità.

Il menù sembrava una rivisitazione estrema di quello di Pizza Hut, ci ho lavorato una serata intera. Fatti i compiti, sono tornata al Tap Five per depositare tutta la conoscenza acquisita visitando una cinquantina di siti di pizzerie di tutta Italia e cercando di spiegare a Karim (uno dei fratelli) – temo senza successo – che non può pensare di utilizzare un minimo di 7 condimenti per pizza a meno che l’obiettivo non sia vendere cocktail a base di Fernet, Cocacola e Malox.

Cosa ne sarà del Made in Italy?!!! Speriamo in bene.

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Baie Rouge sunset.

Week #11 – the people

Domenica dopo il lavoro mi concedo la consueta Carib a La Playa. Trovo questa birra sempre più buona del solito la domenica pomeriggio.

Lunedì mattina il sole splende, faccio colazione in fretta perchè non vedo l’ora di uscire. La metereopatia mi porta a essere di ottimo umore quando il cielo è blu intenso. Come sempre, appena chiudo il cancelletto di casa metto le cuffie e attivo una qualche playlist. Per un fortuito caso parte “The People” di The Music. Sarà per l’attacco “Hey Monday morning…”, sarà perché il ritmo impone di svegliarsi, ma era diventata la mia canzone del lunedì mattina a Milano appena salita sul tram in direzione ufficio. Fa ancora uno strano effetto cominciare la settimana calzando le infradito, con l’asciugamano sulla spalla dirigendosi verso la spiaggia. Dopo ben 5 minuti, giusto il tempo di ascoltare tutta la canzone, arrivo a La Playa.

Martedì sera trascorre a Simpson Bay che – come ho spiegato ad alcuni amici – non è una spiaggia di Springfield, ma è la zona che comprende anche l’aeroporto, a sud della parte olandese dell’isola. Appena prima del ponte è concentrata tutta la Simpson Bay by night, un locale dopo l’altro, uno diverso dall’altro. La conosco poco vivendo nella parte francese, ma non è malaccio. C’è di tutto, non manca l’insegna di un solo fast food statunitense, forse solo Taco Bell non ha attecchito. Ceno alla Boathouse un ristorante che si trova sulla laguna, non lontano dallo Shore, anzi quasi di fronte. Non male, ma mangiato esagertatamente.

Ho sentito parlare in spiaggia di un altro locale molto frequentato nella stessa zona. Il martedì è serata “Salsa” (anche lì, la Salsa a quanto pare va per la maggiore) e sembra valga la pena farci un salto. Scopro che si trova proprio di fronte alla Boathouse e dopo il caffè non esito a buttarci un occhio: ha l’aria di un piccolo angolo cubano, anche se pieno di turisti europei e americani. È frequentato molto anche dalla gente del luogo. Anche qui conosco un gruppo di ragazzi italiani che lavorano in pizzerie e ristoranti della zona.  Capisco che è ora di andare quando passando tra la gente festante sento “non dire cazzate che questa è italiana e ci fai una figura di merda”.

I giorni seguenti sono stati meno fortunati: nonostante il programma prevedesse gita all’ile de Pinel, i temporali tropicali incessanti hanno prevalso su ogni iniziativa. O quasi: anche se la serata non promette bene, un planteur al Calmos Café resta un’ottima idea.

Venerdì c’è agitazione nell’aria, vengono montate delle transenne intorno a Wikiki Beach, la sera. Un grosso palco coperto domina tutta la spiaggia di BO (Baie Orientale): è terrebilmente antiestetico. Chiacchierando al bar de La Playa scopro che si festeggiano i 20 anni di Wikiki con una superfesta sulla spiaggia, la sera seguente.

Arrivati a piedi all’ingresso della festa passiamo velocemente la coda di persone in attesa di entrare: c’era il mondo, c’era buona musica, c’era il vento. C’era un ottimo spirito.

Anche il giorno dopo gli spiriti si fanno sentire, il gin soprattutto e alle 12 inizio a lavorare all’Ethnic Bar, merda.

 

Week #6.1 – Île de Pinel

Decido finalmente di andare a Pinel, l’isoletta che si trova a nord ovest di St. Martin. Dicono sia un posto idilliaco.

Mi dirigo a Cul de Sac, al porticciolo da cui partono le imbarcazioni per l’isola. Arrivata al molo chiedo a un anziano signore (che sembrava gestire il traffico di persone) seduto in un angolo dove poter fare il biglietto per il traghettamento. Mi risponde che oggi per le ragazze c’è uno sconto speciale, possono pagare anche in natura (ecco, pure il vecchio porco ho beccato) e che la barca sarebbe arrivata entro qualche minuto.

Prima di partire il “capitano” augura ai passeggeri buon viaggio, donando alcune informazioni: per il ritorno c’è una barca ogni ora, all’una, alle due, alle tre, l’ultima parte alle 4 e raccomanda di non perderla. Conclude con “passate una buona giornata e non bevete troppo”. Può sembrare una battuta, ma ho visto più gente collassata in qui spiaggia che alle feste dei collegi a Pavia.

Quello che immaginavo essere un piccolo traghetto è in realtà una bagnarola dipinta di turchese, capace di portare 25 persone al massimo, sedute su panche sgangherate. Essendo una degli ultimi (futuri naufraghi) a salire, finisco per sedermi davanti, beccandomi tutti gli schizzi delle onde in pieno viso (è un’associazione assurda, ma la situazione mi ricorda il giro sui tronchi di Gardaland).

Dopo ben 10 minuti di navigazione (credo ci avrei messo lo stesso tempo a nuoto con un minimo di allenamento) attracchiamo al molo. L’isola è davvero piccola, ci sono un paio di ristorantini con annessi lettini e ombrelloni, nient’altro. Ti fa venire voglia di cercare Mercoledì.

Il fondale è chiarissimo e puoi camminare per almeno un centinaio di metri con l’acqua che ti arriva sempre all’ombelico.

In mattinata sbarcano sempre più persone. Cappellini e costumi da bagno a stelle e strisce si sprecano, oggi è il 4 luglio.

La giornata è calda come non mai e – come testimoniano le mie spalle arrossate – molto soleggiata.

Decido di mangiare qualcosa (i soliti Acran, ormai ne ho sviluppato una dipendenza) e mi rifugio in uno dei ristoranti. Trovo il tavolo perfetto, all’ombra, sulla sabbia, affacciato a un piccolo molo e parto alla sua conquista. Peccato non aver notato subito le 4 iguane che mi sbarrano la strada. Faccio un salto come se avessi pestato un carbone ardente e indietreggio cautamente cercando un’altra sistemazione. Sono brutte e hanno l’aria cattiva, le iguane. Poi da quando mi hanno detto che la loro coda è tagliente come un rasoio cerco di starne ancora più alla larga. Un minuto dopo vedo alcuni bambini dare da mangiare a questi dinosauri inestinti e mi sento terribilmente idiota.

Torno al sole che non “picchia” più troppo forte: ho quasi voglia di perdere la barca delle 4.

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Isola di Pinel