Week #20 – accueil

Sentire pronunciare questa parola mi fa venire ancora i brividi. Anni fa, un’estate, andai a lavorare in un villaggio vacanze in Sicilia. L’incubo di tutto lo staff di animazione era proprio il giorno dell’accueil, ovvero il sabato mattina quando arrivavano i nuovi ospiti e dovevamo essere vestiti di tutto punto e schierati all’ingresso alle 8,30 del mattino nonostante fossimo rientrati dalle prove per lo spettacolo teatrale del week end alle 4 (spesso per bighellonare nei corridoi degli alloggi del personale fino alle 6).

Il résidence di Mont Vernon assomiglia un po’ a un villaggio vacanze, non solo perché essendo un vecchio hotel sulla spiaggia trasformato in condominio ne ricorda la struttura e le fattezze, ma perché la vita, i rapporti, gli atteggiamenti delle persone che lo popolano sono quelli che si possono riscontrare chiacchierando con il vacanziero vicino di bungalow mentre si osserva l’orizzonte della baia di Palinuro durante una sera di agosto.

Questo piccolo villaggio aggrappato su una collinetta, cola sulla spiaggia in una serie di caseggiati apparentemente disposti senza criterio e in uno stillicidio di terrazzini dalle ringhiere in legno rosa e azzurre. Ogni caseggiato ha il nome di un’isola delle Antille, io sono finita al St. John come Sara e Alex, coppia di deliziosi fidanzatini parigini che stanno trascorrendo le vacanze qualche porta più in là della mia e che ho conosciuto ieri sera a casa di Philippe, quest’ultimo conosciuto a sua volta a La Playa il giorno del mio compleanno perché amico di J.R. (il barista), che vive anche lui qui, al Saba se non erro…e potrei andare avanti fino ad arrivare al piscinista del mio ex vicino di casa che ho incrociato uscendo di casa una mattina.

La sera non ci si riunisce tutti a cena nel salone centrale (che è stato adibito a parcheggio coperto dopo lo smantellamento dell’hotel), ma ci si ritrova a casa di qualcuno ove si è arrivati per essersi incontrati lungo il vialetto rientrando dalla spiaggia, improvvisando aperitivi che prendono consistenza a forza di chiacchiere, ascoltando buona musica. Poi se al padrone di casa si va a portare il blister di paracetamolo richiesto e a domandare in cambio il ferro da stiro in prestito, si finisce per unirsi al gruppo. E l’aperitivo diventa cena.

Parlando con Alex, che pare essere un ex Dj, salta fuori che i Gotam Project abbiano realizzato una propria versione del Libertango di Piazzola. Non ne sono convinta e do sfogo alla mia arroganza sostenendo l’impossibilità che il gruppo abbia violato un pezzo così sacro della sfera del tango argentino lavorando di mixer.

La pacchia finisce quando la vicina, verso le 11 minaccia di chiamare la security per il vociare proveniente dal terrazzino che le impedisce di addormentarsi. Era talmente contrariata e infastidita che sarebbe stata capace di chiedere all’agente della security di arrestarci, nonostante il tono delle nostre voci non superasse i decibel di una tv accesa a volume più che accettabile. Guastafeste!

Giunge inevitabilmente il momento della buonanotte, ma senza troppo dispiacere: si sa che, se non il giorno successivo quello seguente, si ripeterà senza troppi sforzi organizzativi la stessa serata.

Prima di andare a coricarmi devo togliermi il dubbio: è così, i Gotan Project hanno davvero avuto il coraggio irriverente di rilavorare il Libertando di Piazzola. No way!

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Mont Vernon visto dalla spaggia di BO.

Week #19 – segni

Ero in quinta liceo quando il mio professore di lettere, un giorno, mi chiese: “Credi nei segni? È importante credere nei segni, da capire, ma importante.”, o qualcosa del genere con il medesimo significato e intenzione, mentre si rollava una sigaretta di tabacco. Non ricordo quale marca di tabacco, ma aveva un aroma molto forte e mi sembra che la confezione fosse blu e arancione. Ricordo che non risposi alla domanda.

Nel periodo in cui ebbi l’idea di un “viaggetto” ai Caraibi, smanettando con Spotify incappai nei Temper Trap, precisamente in “Sweet Disposition” che conoscevo ma avevo rimosso… Notai anche la sponsorizzazione del loro ultimo album (che qui chiamano albùm e mi fa incazzare da morire – sono in fissa con il latino, temo) e tra le canzoni, a colpirmi particolarmente “This Isn’t Happiness” e “The Sea Is Calling”.

Parrallelamente crebbe la mia esaltazione per quest’album: “Tourist History” dei Two Door Cinema Club”.

Durante una serata sanmartinese (della quale credo di aver già raccontato) creai un piccolo ciclone casalingo durante il lavaggio della vaselleria guadagnando il soprannome di “Tsunami”. Un paio di giorni dopo scaricai l’album “Bistro Fada” di Stephane Wrembel che includeva il pezzo “Tsunami”.

Ora, può esistere una connessione così forte tra realtà, inconscio e musica (non necessariamente nella stessa posizione) e ammesso che siano questi gli elementi in ballo? O è semplicemente “il caso”? Capita anche con i film? O con i libri? Con questi ultimi mi piacerebbe, capitasse.

Quando ero bambina, non esisteva altro Dio all’infuori di me forchè Barbie, ma solo lei, niente sorelle, amiche, fidanzati (perché non venite a raccontarmi che ne avesse solo uno!). Sempre la stessa, bionda, solo una era più abbronzata delle altre. Lei e la punta di diamante della Barbie’s Real Estate: la casa con la terrazza e l’ascensore. E’ durata integra, perfetta e settimanalmente spolverata per un anno, non di più: mia sorella si è seduta sulla terrazza appena ha cominciato a camminare e non era leggera.

Questa estate, vent’anni dopo, sono uscita con un tizio che assomigliava terribilmente a Ken.

Un paio di settimane fa ho visitato uno studio in affitto, interessante e ho inviato il link dell’agenzia immobiliare a mia sorella per mostrarle la photogallery, mentre eravamo in chat:.

– “Ho deciso di prendere in affitto l’appartamento che ho visitato oggi. Ho fretta e sono stufa di vedere tuguri malconci, così ho optato per questo studio a Mont Vernon, il più “civile” che ho visto fin ora. Mi ci vedi in mezzo a tutto quel rosa? Appena entrata ho avuto un attacco di nausea.”

– “Ma no, dai…dopo qualche giorno ci si abitua a vivere nella casa della Barbie.”.

Geniale. Ho fatto i bagagli e mi ci sono trasferita a inizio di questa settimana.

M’inchino un’ennesima volta a Freud in questo ultimo caso, ma per il resto tutte le bizzare connessioni che percepiamo, realizziamo e che nel momento in cui vengono a galla disegnano sul nostro viso una smorfia che potremmo tradurre in “sono pazzo o mi sono perso qualcosa?”, vogliamo chiamarle “coincidenze”? Le coincidenze sono “one shot”, come definire invece una serie di eventi, di situazioni, di…cose preannunciate da altre (passate) beffandosi della nostra consapevolezza?

Li definirei banalmente “segni”: alcuni non sono così significativi da essere avvertiti, altri al contrario troppo pesanti, intrisi di significato e generatori di emozioni da non riuscire a capacitarsene, tanto da pensare – pur possedendo un potente superego – di essere parte di un piano soprannaturale.

Prof., dal giorno di quell’interrogazione ho iniziato a fare attenzione e a credere nei segni.

Week #18 – la smetto con i titoli in latino

Promesso.

Oggi, miei cari ospiti parliamo di approcci, etero.

Caso 1.  Obiettivo: graziosa signorina castana, intorno ai 30 anni, abbronzata, dalla provenienza non facilmente identificabile, in costume e occhiali – lenti fotocromatiche: la bruttezza del nome, non propriamente sexy, corrisponde esattamente all’effetto donato al viso che porta tale montatura, ma c’è chi ama il macabro. Luogo: bar della spiaggia, pomeriggio. Soggetto: uomo sui 40, anonimo, ma indubbiamente francese, discretamente fisicato, in orripilante mutanda nera. Azione: offrire un’Orangina ordinata al barista dall’Obiettivo allo scopo di procedere con le presentazioni o almeno una breve parentesi meteo. Reazione dell’Obiettivo: ringraziare e congedarsi, non abbastanza in fretta dal restare intrappolata in una conversazione da ascensore bloccato, per mezz’ora. Sviluppo: era convinto che dall’accento fossi russa, mi ha chiesto se volevo andare a rinfrescarmi con lui in mare e ho risposto “no grazie, sto bene così” mentre stavo sudando come un’animale da soma su un Tolstoj; prima di andarsene mi ha buttato in borsa un biglietto con nome e numero di telefono, approfittando della mia assenza mentale pinzata da un casco a volume – come sempre – troppo elevato.

Caso 2.  Obiettivo: graziosa signorina castana, tra i 25 e i 30 anni, abbronzata, italiana, shorts e canotta bianchi, lungo gilet di lino blu, in vena di divertirsi. Luogo: bar sulla spiaggia, festa con dj, domenica sera. Soggetto: uomo di poco più di trent’anni, haitiano, alto, faccia da pirla ma buona, un mix tra 5 Cent e Jay-Z, ciabatta Nike con calzino bianco di spugna d’ordinanza.  Azione: avvicinarsi all’Obiettivo, strusciarsi nonostante tu ti allontani e chiedere se può baciarti. Reazione dell’Obiettivo: “no grazie, preferirei di no, ma apprezzo il pensiero.”. Mia nonna avrebbe saputo fare di meglio. Sviluppo: difficile capire se abbia attutito o meno il colpo; lo ritrovi ovunque e ti fa un sacco di domande “pour parler”, ogni volta, mentre tu fingi di non capire un po’ meno di quello che in realtà non capisci affatto.

Caso 3.  Obiettivo: graziosa signorina castana, trentenne, abbronzata, dalla provenienza non facilmente identificabile, lungo vestito a fiori verde acido, in vena di pr. Luogo: bar sulla spiaggia, festa con dj, altra domenica sera. Soggetto: uomo intorno ai 40, antillese, distinto ma rilassato, brizzolato. Azione: attaccare bottone e toccare di continuo il braccio dell’Obiettivo per assicurarsi che non scappi, finché non fingi di dover andare ad aiutare un’amica che ha bevuto troppo e ti precipiti a tirare su un’ubriaca a caso. Tentativo di riapprocciarsi qualche minuto dopo, danzando e ordinandomi un Planteur. Reazione dell’Obiettivo: ringraziare e guarda caso mi scappa una pipì pazzesca. Sviluppo: il Planteur era il quarto e ho fatto l’unica cosa che non si dovrebbe fare MAI. La mattina dopo alle 10 era lui, a chiamarmi per darmi il buongiorno. Inutile dire che non l’ho riconosciuto, ci ho messo un po’ a capire chi fosse e mi sono maledetta per l’intera giornata per avergli dato il mio numero di telefono.

Scrollo le spalle, sospiro e resta il fatto che è maggiore la percentuale di possibilità che un Matthew McConaughey con il fascino intellettuale di Ferruccio De Bortoli si presenti un giorno alla mia porta, piuttosto che quella di riuscire a “subire” un tentativo di approccio creativo, attento e intelligente da parte di un individuo di sesso maschile con la fedina penale e psichiatrica pulita. Almeno su quest’isola.

Week #17 – in vino felicitas?

A St. Martin non fanno la Festa dell’Uva, ma a Casale Monferrato sì e quest’anno la salterò, un po’ a malincuore. Mio cugino Sandro, già una quindicina di giorni fa mi domandò “torni un paio di giorni per la festa del vino, vero?”, come se fosse normale spendere più di 1000€ di volo e farsi un viaggio di una dozzina d’ore per partecipare all’evento, imperdibile per molti. Non escludo che esista chi si farebbe 8.000 km pur di mangiarsi un bollito misto e degli agnolotti d’asino innaffiati da Barbera monferrino.

I tavoli e le panche tappezzano il Mercato Pavia, sotto i tendoni bianchi, gli stand delle proloco con le specialità (comuni pressoché a tutte, ma democraticamente e attentamente assegnate), quelli dei viticoltori nascosti dietro barricate di vertro color “rubino incazzato”, il palco con la band che attacca con la prima nota e inizia a piovere. Il brusio di un formicaio di odori (e sudori) che si mischiano. E divertente, con spirito rilassato e giusta compagnia, parecchio divertente.

Qui: “Ben atterrati su Marte. Viaggio tra i superstiti di The Day After Tomorrow 3. L’atollo e Atlantide.”. Sarebbe un bel documentario… Quasi si potrebbero contare le chiappe dei presenti, isolani e di qualche folle turista che ha deciso di sfidare l’ira delle tropical storm e viaggiare a prezzi “illegalmente” stracciati.

Oggi ho avuto modo di imbattermi in due sfortunati esemplari di quest’ultimo paniere. Coppia di alsaziani entrambi 25enni che Arnaud ramazza in spiaggia, chiacchierando, mentre io sono sul lettino in trance da Astor Piazzolla ignorando il resto del mondo. Decidono per un aperitivo a Oyster Pond. Io sono Ambrogia. Wisky e cola per tutti, io la mia Presidente. Non ricordo il nome dell’ologrammico fidanzato del quale credo di aver percepito non più di un paio di grugniti e tre ginocchiate al tavolo per sbadataggine. Ricordo quello di lei, che non ha comunque importanza. Ricordo che si è tuffata nella Marina tra le alghe e i catamarani e, che si è intossicata di alcool. Nessun moralismo sul consumo di alcolici, ma fino a oggi non avevo mai visto nessuno così giovane bere con tale disperazione, con un peso, come un’incudine legata alla schiena e il corpo coperto di psoriasi. Non so cosa la aspetti, l’ho lasciata all’hotel e non la rivedrò più. Confesso che non mi preme nemmeno così tanto, quello che mi chiedo è fino a che punto, quali avvisaglie attendiamo prima di accorgerci che stiamo per scoppiare?? Bisogna cercare di resistere fino a che punto? Mi interrogo ancora, a volte, sul fatto di aver intrapreso questa esperienza troppo presto o troppo tardi. Interrogazione anche un po’ inutile a questo punto…

Credo di non essere mai stata così serena in vita mia, manco alla scuola materna, anche se arebbe stato tutto più semplice oggi, se fossi stata alla festa del vino, se la felicità si potesse misurare con l’applausometro e se non ci fosse il plenilunio, meledetto plenilunio.

Postilla: questo post è stato rivoluzionato in 10 minuti (ok, forse una mezz’ora) prima della pubblicazione nonostante fosse redatto da giorni, causa una pessima, caleidoscopica serata.

Week #16 – in omnia paratus

Ogni tanto ho l’impressione di avere la scritta “pronta a tutto” tatuata sulla fronte con un inchiostro che solo gli altri possono leggere e che io invece non vedo. Ho anche la sensazione che il messaggio venga interpretato nel modo peggiore, ovvero “puoi rompermi le palle”, senza limiti di discrezione, tempo…intensamente e a oltranza.

Ormai credo che più cerchi di evitare problemi (relazionali o di altro genere) tentando di risultare corretto e affidabile, assumendo un comportamento onesto e disponibile più incontri ostacoli, in carne ossa (e forse anche cervello per quanto malato possa essere).

Sembra una condanna, non se ne sfugge. Finisce per non avere importanza un rapporto ben costruito e rispettoso. Un accordo precedentemente stretto (magari anche riportato nero su bianco), la stretta di mano reale o virtuale che dovrebbe regolare un alleanza – sia essa commerciale, lavorativa, tra pari – ha perso valore, almeno nelle mie case history.

Provvedere alla propria “sopravvivenza” e agire a favore dei propri interessi prevale a discapito delle parti coinvolte, nel momento in cui una situazione diventa critica. È in parte una reazione naturale, certo, ma da amministrare in quanto homo sapiens sapiens (a meno che non ci sia stata una forte involuzione della civiltà e io non me ne sia accorta!).

L’incapacità di molte persone nel gestire gli eventi anche in circostanze elementari, comuni, quotidiane continua a genarmi, nonostante esperienze passate mi abbiano già dato prova del fenomeno. Non mi reputo immacolata, non lo sono, errori di comportamento vengono commessi spesso, soprattutto se influenzati da un carattere poco docile. Stress, cattive abitudini, infelicità, irrequietezza, il carattere soggettivo che ci appartiene e che trasponiamo nella concezione di ciò che ci circonda portano sovente a fare scelte sbagliate, anche semplici gaffe, per mancanza di lucidità e di obiettività.

È necessario uno sforzo di comprensione, sforzo che in buona parte dei casi si rivela inutile. Per quanto si possa tentare di mantenere una condotta inattaccabile bisogna essere pronti a lottare contro i mulini a vento. Fanno paura, a volte, i mulini a vento: non li si riconosce e si fatica a interpretarli. Sono mulini a vento marziani che si scontrano con una coscienza terrena.

Arriva dunque il momento rimboccarsi le maniche, cercare d’illustrare – in estremis a gesti – il proprio punto di vista, le proprie ragioni e motivazioni. Come spiegare a un cliente che “sviluppare una pagina web in html non è come fare il pane!”, ma è un lavoro che richiede imprescindibili tempistiche tecniche e che queste non corrispondono a “tra un’ora” (perle dal passato). Far notare a una persona con la quale hai un accordo o un contratto stipulato in precedenza, che non sta mantenendo la parola data (nonostante verbalizzata), che non sta rispettando le linee guida prestabilite a quattro mani, può diventare un vero scontro tra titani. E quando il tuo interlocutore non comprende – o peggio finge di non capire – si cerca una via di uscita che non implichi ulteriori contrasti, cercando il più possibile di utilizzare un linguaggio accessibile.

Si raggiunge l’apoteosi quando la controparte cerca di fotterti, tu gli spieghi di aver compreso il “tranello” e questa ribatte fino alla morte insabbiandosi a palate di scuse una più instabile dell’altra. Qui, io getto la spugna, la mia tolleranza ha un limite e la mia intelligenza (del tutto nella norma, nulla di eccezionale) verrebbe offesa da una sola parola in più pronunciata a sproposito.

Cerco sempre di trovare una soluzione, la migliore per me e che possa trovare un riscontro positivo anche nel mio interlocutore durante un confronto, ci provo. Magari ne trovo più di una che possa soddisfare entrambe le parti. Può succedere però che la controparte ostinata e decisa a far valere la propria versione non si degni nemmeno di trovare un escamotage, oltre a non accettare compromessi. Causa persa…si può solo tentare di salvare il salvabile.

Poi c’è la razza (pessima e che non si estinguerà mai purtroppo) di quelli che “si mettono in mezzo” per sfamare la propria perversione d’indossare la tutina da Superpaciere, pur non c’entrando nulla, pur essendo esterni ed estranei alla controversia e inconsapevolmente incapaci di portare tale veste. Inevitabile che creino solo scompiglio e ulteriori incazzature (senza escludere l’istigazione di manie omicide, in alcuni casi).

Sono tentata di farmi stampare una t-shirt con scritto “In omnia paratus” davanti e “ma non alle rotture di coglioni” sulla schiena.

Ah, dimenticavo…come il saluto, un vaffanculo non si nega mai a nessuno.

(Mi sono accorta troppo tardi di aver “rubato” il titolo del post a FarOVale. Chiedo perdono!)

Week #15 – voglie

Ne ho una sulla mano che si estende per quasi tutto il dorso (dita escluse). Non ha una forma, o forse non ho mai avuto un episodio di pareidolia. Mi dicono che mia nonna ne avesse una uguale, o molto simile. Me la ricordo poco, mia nonna e la sua macchia sulla mano. Quando si è in eremo e senza grossi impegni, si ha anche il tempo – molto – di ricordare.

Vedere foto di vacanze in montagna su Facebook me ne fa venire voglia (sarà che qui nemmeno il climatizzatore acceso tutto il giorno è sufficiente a trovare un po’ di sollievo in questi giorni caldi, grigi e umidissimi), ma non tanto la montagna d’estate, quella d’inverno fredda e innevata. Avrei voglia di pizzoccheri, canederli in brodo e polenta concia. Avrei voglia di riprendere (finalmente!) a sciare e soprattutto mi piacerebbe trascorrere un altro capodanno come l’ultimo, a Bormio. Provare un freddo secco e intenso mi farebbe apprezzare ancora di più la scelta di essere fuggita ai Caraibi, credo.

Questa estate – che per me è iniziata a maggio e non finirà, per quanto non riesca ancora a capacitarmene – anche questa, ho dovuto fare a meno di una cosa: il Festivalbar. Succede tutti gli anni in questo periodo: mi spiace non poterlo vedere. L’abitudine di passare le serate estive davanti alla tv a cantare come una pazza – dovendo puntualmente litigare con mio padre per il monopolio del telecomando – non riesco a togliermela. Sì, mi manca il Festivalbar! Ho impressa, come se l’avessi memorizzata ieri Sophie Ellis Bextor che canta “Murder on the dance floor” con un ombretto verde mela accesissimo e un impeccabile tubino nero (ricordo bene?). Quelli con Fiorello e la Marcuzzi sono stati i migliori, peccato non lo facciano più…

Ho voglia di sushi, terribilmente. Incrocio mezzo orentale in spiaggia e mi viene voglia di sushi. Mi basterebbe un “all you can eat” comme il faut per togliermi lo sfizio per i prossimi 3 mesi. Anzi, meglio ancora: sushi d’asporto gustato sul divano davanti a un bel fim con birra giapponese d’ordinanza in mano sinistra, quella con la macchia. Ordinerei Zuppa di miso, Tiger Roll, California Maki e un Chirashi misto.

Penso troppo al cibo, è come se avessi un pezzo di stomaco nel cervello. Saltare troppo sul tappeto elastico da bambina deve avermi fatto male (ma era proprio davanti a casa, in montagna e non potevo mica passare tutti i giorni, tutto il giorno in bici!). Così adesso mi viene pure voglia di bistecca valdaostana e di trota salmonata.

E dopo “siamo quello che indossiamo”, ecco il “siamo quello che mangiamo”. Viste le mie forme in questo periodo è più “siamo quello che beviamo e che contiamo di eliminare il palestra”. Et voilà, come testimonia l’immagine sotto – che essendo un capolavoro di Photoshop non posso non condividere (mitica Cla, regina in materia) – è avvenuto il miracolo: mi sono iscritta in palestra.

Correva l’anno 2008 il giorno in cui abbandonai la “20hours” di Via Paolo Sarpi dopo 4-5 visite alla sala pesi e alle ciclette e, una lezione di balli caraibici accompagnata dal partner con l’alito più pesante che si possa disgustosamente immaginare. Traumatizzata dal trainer (enorme, pelato, con lacrima tatuata sotto un occhio e svastica sul braccio) non sono mai più entrata in una palestra. Eliminando un corso estivo di acquagym+ hydrobike e qualche puntata in piscina a nuotare, la mancanza di tempo e un’eccessiva dose di pigrizia hanno avuto il sopravvento su ogni iniziativa sportiva.

Acquistata l’attrezzatura (le scarpe più sportive che ho messo in valigia sono un paio di superga vintage) mi preparo automotivandomi alla mia prima lezione di Bodypump (non ho la più pallida idea di cosa sia).

Esercizi muscolari di vario genere, servendosi della barra con i pesi. Dopo 10 minuti perdo completamente la sensibilità alle gambe. L’istruttore non si capacita di come non riesca a piegarle di più, abbassandomni, stando con i piedi appoggiati a terra e la schiena dritta. Ho la sensazione che mi osservi come un vecchietto con le braccia giunte dietro la schiena e il cappello di paglia in testa, che mi guarda mentre cambio una ruota bucata dell’auto con l’occhio giudice di uno che ha fatto il meccanico di mezzi agricoli per 50 anni (scena realmente accaduta andando dal medico, una mattina).

Anche le più pesanti e informi partecipanti al corso mi fanno sfigurare, per non parlare delle due sciure verso la cinquantina, bionde, abbronzatissime e con un fisico da adolescenti. Alle flessioni mi arrendo. Terminata la lezione esco dalla sala con tutta la nonchalance di cui dispongo e recupero i miei averi custoditi nell’armadietto dello spogliatoio. Davanti a me, due compagne di corso scendono la scala che porta al parcheggio saltellando. Io scivolo lungo la passamaneria reggendomi con tutta la forza che mi resta nelle braccia: le ginocchia non rispondono ai comandi. Raggiungo l’auto camminando come un’affetta da polio e faccio un ultimo sforzo: passo dal supermercato a comprare l’acqua, il pane e della frutta prima che chiuda, mancano 20 minuti.

Dimentico di prendere il carrello ed esco per recuperarne uno. Cazzo, col carrello che avrebbe bisogno una convergenza è ancora più dura. Una prima e subito dopo una seconda commessa m’invitano a recarmi alla cassa, devono chiudere. Poi viene a cercarmi il responsabile della security, vado alla cassa diretta e a casa. Calamitata sulla poltrona non mi schiodo per una buona mezz’ora e a fatica raggiungo la doccia.

Oltre al dolore dappertutto, alleviato con gel antidolorifico, ho sempre voglia di sushi…uffa.

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Fede Fonda

Week #14 – regole

Ieri mattina, leggendo online l’oroscopo dell’Internazionale (quello del cancro – parafrasando – invita a sperimentare acidi o peyote, bah…), mi sono accorta di aver trascurato la mia rubrica preferita: “Regole”.

Dopo un attimo di panico per non aver trovato il link direttamente in homepage, Google vede e provvede: ecco la pagina. Me le rileggo quasi tutte, le Regole, ma questa resta la mia preferita:

Emigrare1. Non ti lamentare: il gusto di dire che l’Italia è un paese di merda spetta solo a chi ci resta. 2. Ricorda che i paesi con il sistema politico migliore sono quelli con il clima peggiore. 3. Pensaci bene: vuoi davvero diventare l’ennesimo italiano a Londra? 4. Se sei indeciso su dove rifugiarti chiedi consiglio ai Savoia. 5. Resta nei paraggi, le prossime elezioni potrebbero arrivare prima del previsto. (Internazionale, numero 989, 1 marzo 2013)

A ottobre comincerò a ricevere le prime visite di parenti e amici e, avrò il dovere – come è stato fatto con me all’arrivo – d’illustrare agli ospiti una serie di regole di sopravvivenza sull’isola.

Per portarmi avanti decido d’iniziare a redigere la Mia Costituzione di St. Martin:

  1. Quello che succede a St. Martin resta a St. Martin (a meno che tu non prediliga l’esilio forzato sull’isola alla possibilità di rientrare in patria).
  2. Se ti domandi perché ci siano tante fuoristrada in circolazione, aspetta che cominci a piovere.
  3. Inutile controllare quotidianamente: qui non varia la temperatura esterna, varia solo il livello di umidità.
  4. Se intravedi un animale morto in mezzo alla strada è sicuramente un’iguana.
  5. Bere una Piña Colada a colazione non ti rende un alcolista, non qui.
  6. La scolopendra non è un problema di postura e se la pesti…sono cazzi.
  7. Cerchi un piscinista competente? Di sicuro sarà un cesso.
  8. Se per errore ti rivolgi in francese a un nero della parte olandese, questo farà finta di non capirti.
  9. Escludendo gli appassionati di Crush Fetish, prima di uscire controlla di non avere insetti nelle scarpe e prima di andare a dormire di non averli nel letto, sempre.
  10. Tra le tue conoscenze del posto un buon 40% sarà inevitabilmente composto da spacciatori.
  11. A meno che tu non abbia nostalgia delle code in tangenziale durante l’ora di punta, impara a memoria l’orario dei ponti levatoi.
  12. Il week end: a St. Barts. Taccc!
  13. Pesche a 15€ al kilo??? No, non hai letto male.
  14. Se cerchi un compare italiano sull’isola, controlla tra i proprietari dei casinò.
  15. Usa con parsimonia la salsa creola: picca. Dopo il terzo assaggio non mi contraddirai più e penserai a contattare un buon proctologo.
  16. Quando un locale ti consiglia di usare la protezione 50, stallo a sentire (anche se hai passato tutti gli ultimi week end a Cogoleto per poter vantare “un fondo” di abbronzatura).
  17. Non si consulta il meteo, ma la situazione delle correnti oceaniche. E se – come me – non ci capisci una fava, chiedi a un amico di avvisarti dell’arrivo di un ciclone in tempo per poterti barricare in casa.
  18. Se giri su un motorino truccato senza casco e sei nero, nessun problema. Se bevi una birra e poi vieni fermato dalla Gendarmerie puoi dire addio anche al tuo Arbre Magique al profumo di mango.
  19. Mai dire a un rasta intento a proporti il suo cd mentre sei spaparanzato sulla sdraio che non ami la musica reggae, limitati a un “non sono interessato”.
  20. La dengue è come un controllo del fisco: prima o poi se lo beccano tutti ed è dolorosissimo.
  21. Se non possiedi nemmeno una t-shirt brandizzata di qualche “beach” non puoi ripartire.
  22. Preparati ad acquistare infradito in stock, ne perderai un paio a ogni happy hour in spiaggia.
  23. Se intravedi una nebbiolina grigia all’orizzonte, scappa: hai 2 minuti di tempo prima di essere travolto da un temporale tropicale.
  24. Dichiarando di essere italiano i tuoi interlocutori cercheranno immediatamente di comunicare con te servendosi di quelle 4 parole che conoscono, in spagnolo.
  25. A Pinel si sta sotto l’ombrellone. Non vantare geni mediterranei, ordinati piuttosto una “piscine” di rosé se vuoi fare colpo sui turisti vicini di sdraio.

Week #13.1 – st. barts

Venerdì di magro, caccia al pool guy sospesa. Si va a Saint-Barthélemy, per glia amici St. Barts.
Prendo il farry boat che parte dalla gare di Marigot alle 9,15. Arrivo puntuale – incredibile – e mi cerco un posto accanto alla ringhiera per vedere meglio il mare, come i bambini. Non avevo calcolato gli schizzi d’acqua in pieno viso che mi sarei presa, ma almeno a bordo offrono succhi di frutta con ghiaccio. Anche se la giornata è soleggiata e non c’è molto vento, l’oceano si fa sentire e alla toilette del traghetto si forma la coda. A me l’odore di salsedine fa venire voglia di bagna cauda e Signorino…

Sbarcati a Gustavia, mi dirigo verso il primo bar che incontro per una consultazione della mappa dell’isola accompagnata da caffè espresso.

Seguo la via delle boutique, ma il caldo e l’assenza di brezza mi portano quasi per inerzia in spiaggia, a Shell Beach. È una piccola baia a due passi dal centro di Gustavia: qualche villetta, in un angolo una boutique di imprecisati ammennicoli e un bar/ristorante con lettini. Per il resto: spiaggia di conchiglie. Conchiglie intere o frammenti levigati dal mare. Ha un colore che varia dal bianco, al beige, al rosa cipria, molto luminosa: il riverbero del sole è pazzesco! Ci si può quasi tuffare dalla riva, l’acqua diventa subito profonda e le conchiglie sul fondale lasciano spazio a qualche scoglio. Difficile stare sole, sembra di bollire. Volendo evitare il rischio di mani palmate per aver trascorso tutto il tempo in acqua, dopo un ultimo bagno riprendo il mio tour per Gustavia in lungo e in largo.

Qui la bassa stagione si fa davvero sentire: il braccio sinistro del porto è come atrofizzato. Un sacco di villette color pastello e con i tetti dello stesso rosso chiuse, disabitate. I negozi e i ristoranti quasi tutti chiusi, il deserto. Per il caldo mi sono quasi immaginata una palla di rami rotolare per strada.

Torno nella parte destra del porto di Gustavia – che è a forma du “U” – e mi dedico all’ispezione delle vetrine. Quasi non c’è altro: boutique, boutique, gioielleria, negozio di souvenir, boutique… Poche quelle che espongono i prezzi in vetrina, le più scarse. Perdo gli occhi su abito pantalone rosso corallo, un sogno. Continuerò a sognarlo insieme a una piega alla Farrah Fawcett.

Con disinvoltura e un minimo di propensione al rischio, sull’uscio di una gioielleria la proprietaria mi infila al dito un anello completamente d’oro avente la forma dell’isola che avevo notato e indicato in vetrina. Artigianale, pulito, asimmetrico, bellissimo. Un altro sogno. Che qualcuno si faccia avanti perDio! Non era nemmeno troppo caro, considerando che pesava una quintalata. Potevo fargli una foto…

Il giro prosegue tra negozi e locali un po’ aperti, un po’ chiusi per ferie. Muoio di sete e comincio a tornare verso la gare marina vista l’ora (il ferry boat parte alle 17,15 ed è l’ultimo della giornata). Noto fuori da una boutique un manichino da uomo che indossa una t-shirt con la scritta “quit your job, buy a ticket, get a tan, fall in love, never return”. DEVE essere mia!

Purtroppo mi sono dovuta accontentare di quella con la scritta “escape. travel. live.”, più sintetica, stampata sulle tette. E mi è anche un po’ strettina. Più di così…

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Shall Beach, St. Barts

Week #13 – tsunami e plenilunio

Sembra che i cicloni ritardino il loro percorso quest’anno. Ottimo, sono terrorizzata all’idea di vivere l’esperienza di un uragano. In compenso ho acquistato un soprannome: “Tsunami”, solo per aver avuto un piccolo incidente lavando una pentola in cucina, provocando un onda anomala. Per restare in tema meteo, la bassa stagione si sta facendo sentire: piove un giorno sì e uno no ed è spesso nuvoloso.

Il sabato mattina è nuvoloso e visitando un negozietto di abbigliamento nel villaggio di BO mentre aspetto che Arnaud finisca la sua seduta dall’osteopata scopro che a Marigot c’è la “Braderie”: tutti i negozi allestiscono bancarelle di fronte ai rispettivi ingressi proponendo la merce a prezzi stracciatissimi. La commessa di BO mi assicura che si fanno affari. Alla parola “affari” non esito a mollare tutti a casa e partire in direzione Marigot incuriosita da questo mercatino.

Non c’è troppa gente – bene, altrimenti avrei fatto retromarcia in un attimo – Rue de Hollande è chiusa al traffico e caotica, così mi limito a sbirciare tra le boutique che circondano la Marina Port La Royale. Dopo aver fatto uno di quelli che definisco “acquisti del secolo” e aver svaligiato una profumeria duty free, soddisfatta, rientro a casa. Spendere denaro, ma soprattutto spenderlo bene e per sé stessi, mette inevitabilmente di buon umore. Come diceva il filosofo francese Jules Renard (tra l’altro omonimo del piccoletto di casa) “se i soldi non fanno la felicità…resistuiteli”. Peccato che non bastino mai…

È l’ultimo week end di Wendy e Arnaud prima di rientrare in Francia e ci si gode tutto il giorno la spiaggia per fare incetta di raggi solari e pina colada. Il momento delle valigie è teso e triste e, io sono ancora più contenta di non doverle fare.

Mi ritrovo ancora una volta ad accompagnare qualcuno all’aeroporto, stavolta proprio nel giorno in cui sarei dovuta partire io. Invece resto…per fare aggiustare la lavatrice, il climatizzatore dell’auto e il frigo (che hanno deciso di smettere di funzionare contemporaneamente). Succede sempre qualcosa durante il plenilunio. Per compensare a ciò ho trovato una lavanderia a secco a Marigot. Urrà!!

Decido di slittare la ricerca del nuovo pool guy (quello di prima deve essersi tuffato in una piscina vuota) a dopo il week end. Qui li devi braccare per strada, mentre passano in macchina tra le villette carichi di tubi azzurri e secchi di cloro. Anche con i giardinieri funziona così. Non so quale perversione si nasconda dietro questa ostilità nell’utilizzo dei cellulari, sembra di fare un salto nel passato.