Day #20 – aloha

Ieri sera tornando a casa mi sono accorta di aver dimenticato le infradito a Palm Beach, altro segno di ambientazione (mi dicono). Inizierò a camminare anch’io scalza.

Stamattina si finiscono le valigie, i padroni di casa sono in partenza per la Francia.

Recupero tutti i numeri indispensabili: veterinario, meccanico, il tizio che pulisce la piscina…

Saliamo in macchina e si parte in direzione aeroporto. È strano, di solito sono io quella con le valigie e il biglietto aereo in mano.

Arnaud è ancora sottotono per via della Dengue, Jules stamattina presto aveva qualche linea di febbre e non perde occasione per raccontare ai turisti in coda al Burger King dell’aeroporto che forse anche lui è stato punto dalla zanzara. Così a me tocca pure rassicurare una signora francese impanicata dal suo racconto.

La giornata non sembra delle migliori, sia a livello meteo (nuvoloso e pioggia), sia a livello di umore (probabilmente per metereopatia). Sarà il momento dei saluti, sarà la porta del freezer che ha deciso di non chiudersi più come dovrebbe con conseguente allagamento della cucina. Devo buttare tutto il cibo ormai scongelato ed escogitare un sistema per far restare la porta chiusa. Non vedevo l’ora.

Torno di volata a Palm Beach, le mie Havaianas saranno ormai ai piedi del fortunato che le ha trovate. Sparite, nessuno le ha viste.

La Giornata Antillese della Tecnologia mi da il colpo di grazia con il microfono del Mac che smette di funzionare. E a questo punto mi domando: perché?! Perché non ho pensato di portare con me l’assicurazione del portatile?!! Io che assicurerei anche uno sbattitore elettrico se ce l’avessi, perché?!!

Tempo è già depresso, ha capito che il suo padrone non tornerà (almeno per un po’). Mi chiama di continuo e non capisco cosa vuole, poi per combattere la noia comincia a tormentare il gatto.

Iniziamo benissimo. E io che speravo di poter iniziare a rilassarmi sul serio.

Day #19 – adriacaraibi

Rara giornata di sole senza nemmeno mezza nuvola non si può non trascorrere tutta in spiaggia.

Oggi tocca a Palm Beach: è uno degli stabilimenti balneari di Orient Bay, verso Cul de Sac.

Arrivando dalla spiaggia sembra di entrare in una sorta di parco giochi: tappeti elastici, bancarella di caramelle gommose, contest di castelli e sculture di sabbia, animazione per i bambini, una ventina di baristi iperattivi…

Ben due ore di zumba fitness con tanto di istruttrici microfonate e urlanti sul palco, una folla di fanciulle più o meno giovani che saltellano fino a diventare paonazze. Ma chi ve lo fa fare!

Non manca nemmeno il dj blasonato in prestito dal Karément di Montecarlo (bei tempi quelli del Karément, ricordo serate a spezzoni, bei tempi).

Insomma una piccola Milano Marittima ai Caraibi, proprio la mia situazione ideale. Con cuffie e musica al massimo (mia, non quella del discutibilissimo dj monegasco) resto piantonata sulla sdraio praticamente tutto il giorno. Evvai, relax.

Non ho nemmeno dovuto pensare al pranzo, niente risotto alla Piña Colada. Solo Piña Colada, frozen. Così ho anche avuto modo di confermare la mia teoria sul suo effetto estremamente lassativo.

Nel pomeriggio giunge a riva, proprio davanti alla mia sdraio, una piccola barchetta che scarica sul bagnasciuga quattro enormi Mahi-Mahi. Il Mahi è un pesce locale (buonissimo), non riuscirei a paragonare la sua carne ad altri tipi di pesce, non assomiglia a nulla che io abbia assaggiato prima, ma le sue dimensioni sono quelle di un piccolo tonno all’incirca. Ecco, adesso sì che è chiaro.

Nonostante il bagno in piscina post-mare, la doccia e l’insistente strigliata di shampoo e balsamo, sono ancora piena di sabbia. È ovunque, non te ne liberi, ma come dice Arnaud “siamo al mare, se fossimo in montagna ci sarebbe la neve”. Un criptofilosofo.

L’ultimo giorno di Arnaud e Jules sull’isola si conclude, partono domani per tornare in Francia. Io resterò qui con Tempo e Calypso fino al loro rientro.

E’ finita l’epoca delle macchie di urina sulla tavoletta del water. Faccio una ola.

 

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Palm Beach

Day #18 – sdeng!

Perché una série noir sia degna di essere definita tale non può terminare con un semplice mal di denti: Arnaud si è preso il virus Dengue. La Dengue è la zanzara portatrice del virus omonimo, il quale entra in circolo nel sangue attraverso la puntura dell’insetto.

Gli effetti del virus sono febbre alta, dolori articolari e muscolari, rush cutaneo in alcuni casi. Si sta proprio male. Non c’è cura indicata, non c’è vaccino (almeno non per ora), bisogna aspettare che passi e riempirsi di antidolorifici e paracetamolo per una settimana. E io che pensavo fosse hangover…che sfiga pazzesca!

Sono un po’ preoccupata, è come se mi avessero dato una padellata in faccia. Anche Jules è visibilmente preoccupato, oggi si rifiuta di andare in spiaggia (mai successo prima).

Immediatamente mi “doccio” di repellente antizanzare, non si sa mai.

Cerchiamo di tiraci un po’ su: trascino Jules al supermercato a fare la spesa per farlo uscire di casa staccandolo dai cartoni. Oggi mi sono vista i Pokemon, una versione odierna di Holly e Benji, Nini Patalo, Titeuf, un film di animazione: i peccati dei prossimi 10 anni sono espiati. Per quanto incredibile sembra basti una confezione di Coco Pops per fare un bimbo contento, poi scopro che la sorpresina all’interno della scatola dei cereali è una trottola: incorreggibile.

Tocca a me cucinare per cause di forza maggiore, la cosa non mi esalta. Amo il buon cibo, ma cucinato da altri, io sono quella che di solito porta il vino. Improvviso dei bocconcini di pollo “mojito”, ovvero con lime e menta (in questa casa non mancano mai gli ingredienti per i cocktail, che per l’occasione si sono rivelati utilissimi), la prossima volta butto in padella anche del rum bianco, per sperimentare. In accompagnamento del semplice riso thai. Non immaginavo che potessero avere tanto successo, sono stupita dalle mie doti culinarie mai coltivate. Jules che commenta a bocca piena “Ce poulet est supercool!” mi ha dato la giusta motivazione per spadellare anche nei prossimi giorni.

Che cosa mi invento domani? Un risotto alla Piña Colada? Mon dieu.

Day #17 – serie nera

La giornata parte con un’emergenza mal di denti. Porto Arnaud dal dentista e insieme a Jules ne approfitto per fare una passeggiata al porto di Marigot, per poi prendere una bibita al chiosco dell’Arawak. Jules non esce mai di casa senza il suo borsello beige contenente gli effetti personali indispensabili: Nintendo DS, Push Pop (uno quegli orribili lecca lecca che hanno iniziato a produrre quando facevo le elementari e speravo avessero bandito dal mercato per la quantità di coloranti che contengono), blocco note, matita e temperino. Per ingannare l’attesa ci dilettiamo nella realizzazione di origami, utilizzando i fogli del blocco note. Jules produce un aeroplanino che al primo lancio finisce sul parabrezza di un’auto in transito (li mortacci sua), io realizzo la testa di un gatto, un cappello per la testa del gatto e una barca per la testa del gatto. Di meglio non so fare.

Risolto il problema denti continua quella che i francesi chiamano la “série noir” questa volta con disguidi bancari e il family banker ovviamente in ferie. Non posso fare altro che offrire una pacca sulla spalla e comprendere la frustrazione di Arnaud.

Ci sono periodi (il mio è durato anni) in cui non ne va dritta una, anzi è matematico che nel momento in cui capita una sventura ce ne sia già un’altra in agguato, ammesso che non si sia già palesata. Una sorta di legge di Murphy al cubo unita al Malocchio. É come finire in un vortice: più ci si affanna per uscirne, più si pongono ulteriori ostacoli e la via di fuga pare sempre più lontana. I problemi sembrano non finire mai, è come se si riproducessero alla stessa velocità delle formiche. “Sfighe” piccole o grandi, o entrambe: hai seri problemi con il lavoro e non vedi l’ora di tornare a casa per (finalmente) rilassarti? Troverai la lavatrice rotta, il bagno allagato e il bucato rosa pallido per aver dimenticato un calzino rosso nel cestello. Così t’incazzi, imprechi, sbraiti, magari ulri pure per sfogarti, poi riprendi lucidità, ti rimbocchi le maniche e con la pazienza di un monaco buddista inizi a “sbrogliare la matassa”, nodo dopo nodo. Le energie non bastano mai, ogni tanto avresti voglia di provare a stare fermo, non fare più nulla e vedere semplicemente cosa succede, cosa può succedere ancora! Passare le giornate a cercare soluzioni ti fa guadagnare il brevetto di problem solver, ma non è che una magra consolazione. Ci sono giorni in cui vorresti picchiare volontariamente la testa contro uno spigolo per provare dolore, o almeno una sensazione diversa dal perenne senso di delusione e impotenza. Ci sono momenti in cui ti senti soffocare (come quando Jules si riempie di profumo e sale sull’auto, modello Ford “Sauna” con 40°C all’ombra), ma non sai come procurarti ossigeno nonostante la respirazione sia un processo biochimico del tutto naturale.

Poi un giorno “puff!”, la fastidiosissima nuvola di polvere in cui si è avvolti svanisce e ci si può solo augurare che non ritorni (almeno per un po’).

Day #16 – el rayo de la muerte

Ieri pomeriggio ho ricevuto la mia seconda proposta di matrimonio da Dread’I un “artista” (si definisce) del reggae che transitava per la spiaggia cercando di vendere il proprio cd di successi (sostiene). Lo stereotipo del jamaicano con tanto di tradizionale cappello all’uncinetto, ovviamente rasta, mi arrivava più o meno all’ombelico. Insomma, faccio superconquiste. Prima di partire mi è stato detto “stai attenta, sei a rischio turismo sessuale”, ma a questo punto, visti gli elementi “rischiosi” credo di potermela cavare.

La prima proposta, per chi se lo stia domandando, è stata anni fa mentre ero in vacanza a Djerba: a mia madre avevano offerto dei cammelli, anche parecchi. Che fortunella.

Ieri sera ho visto “Fa la cosa sbagliata”. Oggi continuo a dire e scrivere “yo” come un’adolescente disadattata. Mi do quasi fastidio.

Mai quanto Jules quando parte con i sui discorsi infiniti, tipo “Une fois, quand j’etais petit…” (una volta, quando ero piccolo – perché adesso è grande…) e va avanti per mezz’ora a raccontare aneddoti pallosissimi. Ogni tanto faccio finta che parli da solo, senza ascoltarlo e al mio “pardon, parles tu avec moi?” (parli con me?), non osa ripetere. Scampata la filippica.

La mattinata parte con una piacevolissima “conference call” con i vecchi colleghi dell’agenzia, i quali si assicurano che non abbia ancora fatto fuori il gatto e che sia effettivamente alle Antille. Testimoniano le palme fuori dalla finestra della mia stanza.

A pranzo messicano: dal “Rancho del sol” in cima alla collina c’è una vista pazzesca del villaggio di Orient Bay fino al mare.

Oggi pomeriggio niente basket, inizia a piovere appena arrivati al campo, così ci si dirige direttamente al Calmos Café (che ogni volta mi fa ricordare “Caos calmo”, ora ditemi cosa ci azzecca Moretti con un bar sulla spiaggia). Jules e il suo amico in un attimo corrono verso il bagnasciuga e iniziano a giocare con la sabbia fino ad avere la brillante idea di iniziare a scavare un tunnel e impanarsi gli abiti da basket di sabbia come delle cotolette. All’ennesimo richiamo scatta l’urlo accompagnato da uno sguardo fulmineo, battezzato in precedenza “el rayo de la muerte”. Jules resta pietrificato e abbassa gli occhi, mentre il suo tenace amichetto è stato inevitabilmente trascinato per un braccio per mezza spiaggia. Ci so troppo fare con i bambini.

Day #15 – wonder woman

Ieri sera ho visitato una delle case più belle che abbia mai visto, mi sembrava di essere stata risucchiata da un numero di Abitare o AD. Ero a Pic Paradis, ovvero il monte più alto dell’isola, che spicca esattamente al centro del territorio francese. Misura 424 metri di altitudine (più o meno come il Monte di Crea, anche se qui non c’è nulla di sacro), ma sembra di essere in alta montagna. La differenza è che al posto dei pini si trovano alberi di Mango, Banane, di frutti tropicali di vario genere (di cui non ricordo il nome), palme, palme, palme…una foresta fittissima.

Il padrone di casa mi mostra il dehors: un lungo tavolo per cenare, un ampio angolo barbecue, la piscina a sfioro scura, ma soprattutto una vista mozzafiato. Da Pic Paradis si può vedere metà dell’isola, dall’aeroporto Princess Juliana situato nella parte olandese quasi fino a Grand-Case (dove c’è l’altro piccolo aeroporto, nella parte francese), è davvero bellissimo. Ci ritornerò.

Oggi il tempo è – finalmente – bello, soleggiato. Ormai sto diventando come mia nonna che parla solo del meteo e al telefono, omettendo di chiederti come stai, ti domanda “Che tempo c’è lì?” – “Sto bene nonna, grazie. C’è il sole.”

Questa è la settimana in cui i “local” si sentono padroni dell’isola, ci sono davvero pochi turisti rispetto a tutto il resto dell’anno, li si può contare. La spiaggia è praticamente mia oggi, deserta. Improvvisamente mi sento potente, non so spiegare il motivo. È come se potessi spaccare il mondo con dei superpoteri. Il costume ce l’ho…

Mentre faccio un bagno (anche in acqua non c’è quasi nessuno, tranne qualche bimbo che cerca di surfare senza grossi successi) sento uno strano fruscio: a due metri dalla mia testa passa un piccolo catamarano con a bordo un ragazzino. Non avrà più di 11-12 anni e porta la piccola imbarcazione come se fosse un esperto. Forse lo è: arriva alla spiaggia, trascina il catamarano sulla sabbia in modo che le onde e la corrente (sempre fortissima) non lo portino via e si dirige verso la casa mare per parlare con il responsabile degli sport acquatici. Pochi minuti dopo risale sull’imbarcazione e se ne va. I presenti si chiedono da dove sia spuntato, basiti. C’è molto vento e l’imbarcazione prende velocità in un secondo, sparisce nel tempo necessario a sbattere le palpebre un paio di volte.

Non riesco a non pensare a come si possa sentire quel ragazzino, come un supereroe pure lui?

Libero, indipendente, determinato, temerario, forse incosciente…

La propensione al rischio (se pur minimo) allo scopo di ottenere la libertà o semplicemente con un obiettivo da raggiungere servendosi della libertà come fattore imprescindibile, crea l’esperienza. O è l’esperienza che rende liberi? Sto diventando come Carrie Bradshaw con tutti questi interrogativi? Mi sono persa, come col problema del latte di capra al gusto ribes.

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Vista da Pic Paradis

Day #14 – déjà?

Sono ormai a Sxm (sigla che definisce St. Martin) da due settimane, banalmente dirò che mi sembra di essere arrivata ieri.

Faccio un piccolo bilancio: il mio francese va migliorando (anche abbastanza velocemente).

Mi sono truccata per la prima volta due sere fa, dopo 15 giorni “acqua e sapone”: record assoluto.

Anche le zanzare di qui hanno capito che ho il sangue cattivo e stanno iniziando a lasciarmi in pace. Contribuisce all’armistizio l’aver finalmente inteso che il classico Autan Family non funziona con le zanzare tropicali.

Sono riuscita a non perdermi a Marigot l’altra sera, ma continuerò imperterrita a perdermi ad Alessandria: un sei scarso al senso dell’orientamento.

Io e Calypso (che ho smesso di chiamare erroneamente Cyclope) continuiamo a non andare particolarmente d’accordo: se non la smette si salire sul mio letto e spargere peli tra le lenzuola non vedo come possa migliorare il rapporto.

Sono riuscita a svegliarmi alle 6,20, l’obiettivo di domani saranno le 6,10 (anche se ho forti dubbi di riuscirci).

L’abbronzatura non è definibile come tale, piove quasi tutti i giorni (in realtà pur essendo castana ho la pelle di una svedese, no way anche quando c’è il sole).

Credo di non aver perso un etto e da Milano mi bacchettano perché segua un regime detox (lo farò).

Non ho ancora visto ragni formato tarantola, che si siano estinti come nei miei sogni?

Con i problemi di matematica di Jules va meglio: siamo passati dal latte di capra al gusto ribes a calcolare quantità di bicchieri di (cristiano) succo di frutta.

Ho preso confidenza con il vecchio, enorme fuoristrada verde che mi è stato dato in dotazione (vai di pozzanghere come se non ci fosse un domani).

Da alcuni aspetti tipicamente francesi non si scampa: il burro sempre, ovunque, comunque; le parole tradotte in lingua anche se non è necessaria traduzione (non sia mai che nel dizionario La Rousse compaia una parola straniera); i baci, due. I francesi ti baciano sempre, non gli interessa come ti chiami, loro ti baciano prima. Il risultato è la totale impossibilità di memorizzare un nome. Finirò per chiamare tutti “Hey” (come faccio anche in Italia d’altronde) e loro mi chiameranno Françoise (perché in Italia – per un motivo che non mi so spiegare – vengo chiamata sovente Francesca, una volta anche Antonia, ma questa è un’altra storia…).

Una cosa ho notato: le persone non mi guardano più i piedi (o forse non me ne accorgo). Ricordo che salendo sul treno, in metropolitana a Milano, i passeggeri avessero la tendenza a guardarmi i piedi per controllare se avessi i tacchi. Lanciare uno sguardo “no idiota, sono proprio alta così” un po’ mi manca.

Day #13 – trottole

Tutte le mattine verso le 8, portando Tempo a spasso, incontro un robusto signore in costume da bagno che torna dalla spiaggia dopo il tuffo ristoratore post risveglio. Dovrei provare anch’io, magari funziona. Che possa essere una soluzione per farmi diventare finalmente una “morning person”?

Stamattina, in casa, si ascolta Barry White spostando mobili e si ricordano alcune delle puntate più sceme di Ally McBeal, per associazione d’idee.

Riordino nuovamente i giochi di Jules, che sono puntualmente sparsi ovunque non dovrebbero essere. Noto che tra i bambini dai 6 ai 10 anni (più o meno) il gioco del momento sono le trottole. Pazzesco, si tratta di un vecchissimo giocattolo! Ma queste non sono normali trottole, sono test d’ammissione alla facoltà d’ingegneria meccanica. Mai provato a montarne una? Non saprei nemmeno da dove iniziare, al massimo arrivo a mettere insieme le sorpresine dell’ovetto Kinder senza che mi prenda una crisi isterica.

Queste infernali trottole hanno dalle 3 alle N componenti, un sistema di carica per farle partire ed esistono anche delle specie di bacinelle, delle piste con i bordi molto alti per farle girare. Sorvolando ogni logica, prendo i pezzi e butto tutto in una scatola, che si tratti di parti dello stesso gioco o meno. Adesso inizio a capire quando mia madre riordinava i miei giocattoli da piccola e mi arrabbiavo da morire perché mischiava pezzi di alcuni giochi con altri che non c’entravano nulla, mettendo tutto nello stesso contenitore. Da quel momento ho iniziato a unire con il nastro adesivo le scarpine delle Barbie (serviva a non perderle, per evitare di spaiarle) e a etichettare le scatole con i vestiti e i vari ammennicoli. Potevo diventare una persona normale con questo genere di trascorsi???

Ho appena ricevuto un invito a una cena “indiolandese” per stasera. Marcia, una simpaticissima signora indiana che vive ad Amsterdam ed è qui in vacanza, ha cucinato un Indian Curry Chicken strepitoso, portandosi le spezie “giuste” da casa. Per dolce un Fondant au Chocolat. Mi prenderei a sberle, non lo digerirò mai. Basta scagliarsi contro la povera peperonata, c’è di peggio. Per quanto sia incredibile il mio corpo mi sta chiedendo del bicarbonato (che ho sempre avuto nella dispensa in passato, ma non ho mai utilizzato per il disgusto solo all’idea di ingerirlo) mentre mi giro e rigiro nel letto, come una trottola (una di quelle vecchie però, che so usare anch’io).

Day #12 – errata corrige

Mi è appena arrivato un errata corrige da Parigi (fa sempre il suo effetto dire che qualcosa giunge da Parigi, fosse anche il Roquefort dell’Auchan): la corretta traduzione di “Tout le monde a l’heure, mais moi j’ai le temp” è “Tutti sono in orario, ma io ho tempo”. Pardon!

Sto diventando come Jean-Claude Van Damme – che a quanto pare i francesi prendono per il culo più di Chuck Norris – per la sua teoria del “be aware”, che ripropone sovente durante le interviste senza, in realtà, aver ancora capito cosa significhi “aware”.

Arnaud ha insistito perché guardassi “Dracula” di Bram Stoker (quello con Keanu Reeves prima che si mangiasse l’intero prodotto agricolo della Cina), sostenendo che sia una delle più belle storie d’amore mai raccontate dal cinema. Bella, cagata. Recupera qualche punto mostrandomi tutta la collezione di DVD della Pantera Rosa e di Luis de Funès (che adoro! Soprattutto nelle vesti di direttore di hotel).

Non ho un film preferito, ma ho un libro preferito: “Profumo” di Patrick Süskind. Ne è stato tratto anche un film che si può tranquillamente fare a meno di vedere, ma il romanzo, quello bisogna leggerlo: gli odori e i profumi sono descritti in maniera talmente precisa e puntuale da poterli percepire riga dopo riga, a ogni paragrafo.

Una delle occupazioni della famiglia Renard da quando viveva ancora in Francia è la creazione di candele profumate. Ce ne sono dappertutto in casa. Trovo buffo che in francese le candele siano le “bugies”, ma tralascio inutili sproloqui sull’analogia tra le bugies e le “bugie” intese come menzogne (prego, non ringraziatemi).

Una sera Arnaud ha aperto un’enorme cassa di alluminio tirando fuori scatole piene di essenze e mostrandomi tutte le combinazioni di fragranze create e, le basi per poterne realizzare altre. Non ci sono pressoché limiti, solo quelli del buon gusto (come in tutto). La difficoltà sta nel riconoscere i profumi, attivare le sinapsi e tradurre così ogni sentore. Con essenze sparse su polsi, mani e avambracci ero quasi stordita. Alla terza volta in cui mi è stato chiesto “cosa senti?” e ho risposto “sa di sciroppo per la tosse”, ho compreso che avrei continuato a dedicarmi alla scrittura (sempre ammesso che mi riesca). Per una questione genetica credo, continuo a cavarmela meglio con il vino in quanto a percezione dei sentori.

E con questo pensiero sopraggiunge un’improvvisa, profonda, proustiana nostalgia monferrina.

Day #11 – l’orage non è un frutto

Memo: mai farsi aggiustare il vetro dell’iPhone dai cinesi di Via Paolo Sarpi se si ha in previsione una gita al mare. Sotto lo schermo si è creata una piccola spiaggia. Speravo fosse una svista causata dalle lenti dei miei occhiali, perennemente sporche. Da quando ero bambina vedo attraverso una patina opaca e non c’è verso di farmi passare questo viziaccio.

Si esce per una passeggiatina lungo la spiaggia, non sono nemmeno le 8, è ancora deserta. Qualche fisicatissimo bagnino di colore inizia a posizionare i lettini in prossimità del bagnasciuga. Dovrei passeggiare più spesso.

Arnaud mi fa notare una strana nebbiolina in lontananza, sull’acqua, in prossimità dell’isoletta di Green Cay. Non è nebbia, è un piccolo temporale tropicale in arrivo. E’ complicato descrivere il fenomeno: con estrema velocità la coltre di “nebbia” sull’acqua si estende fino a fare sparire l’orizzonte e si avvicina a noi. Il mare si fa scuro, coperto da un grosso nuvolone grigio, compatto. Mi dicono di correre a riparo. Nemmeno il tempo di rifugiarsi sotto il pergolato del bar di Kakao Beach e inizia a piovere insistentemente. Non si può fare altro che attendere che smetta e riprendere la via di casa attraversando i dehor degli stabilimenti balneari.

In casa la TV è costantemente sintonizzata sui match del Roland Garros. Arnaud impazzisce per la Sharapova, io la prenderei a ceffoni clamorosi ogni volta che fa uno dei suoi celebri urletti.

La serata, subito dopo la cena da “Antonio Pizza” (pizza buonissima tra l’altro), evolve in “favourite playlist night”. Da Brian Eno ai Daft Punk, dai Chairlift ad Astor Piazzolla, da Paul Kalkbrenner a Lucio Battisti, da Jacques Brel a Snap…. La musica che ci piace, ci piace perché corrisponde a un nostro particolare mood, alle nostre emozioni. Quando sono contrariata ascolto “Grace” di Jeff Buckley. Quando sono di buon umore i Two Door Cinema Club, l’album “Turist History“ (ultimamente). Quando penso a qualcuno in particolare “Sex is on fire” dei Kings of Lion.

Arnaud mi dice di aver capito molto del mio carattere dopo questa serata musicale, molto più di quanto abbia potuto comprendere in tutta la settimana. Ho l’8% di batteria carica e mi sto scervellando per trovare una conclusione dignitosa a questo post, ma non ci riesco. Posso solo consigliare quello che sto per fare: andare a letto dopo aver attivato l’app di composizione musicale Bloom in modalità “ascolto”. Buonanotte.